Sette sfide per ripensare la comunità che vogliamo essere

Ai cittadini è stato chiesto (e imposto con doverose norme restrittive) il cosiddetto “distanziamento sociale” utile per preservare la salute di tutti. In realtà abbiamo capito che, se da un lato occorre tutelare il “distanziamento fisico” ai fini sanitari, dall’altro occorre potenziare l’”avvicinamento sociale”, la “prossimità” tra le persone per irrobustire (e talvolta ricostruire) i legami sociali nella comunità locale e nelle microcomunità dei quartieri e degli isolati perché in questi mesi sono state messe a dura prova. Siamo persone singole, che si nutrono e vivono nella dimensione comunitaria e che è necessaria e vitale per tutti.

Diverse persone hanno sostenuto che nel prossimo futuro nulla sarà come prima, altri più cinicamente hanno pronosticato che non cambieremo poi molto. Credo invece che, a fronte delle tre emergenze sanitaria, economica e sociale che stiamo vivendo contemporaneamente, abbiamo la possibilità di ripensare (e quindi riprogettare) quale comunità vogliamo essere.
È una grande opportunità quella che abbiamo perché molti singoli, famiglie, quartieri, città, regioni e perfino nazioni hanno capito che nessuno può pensare di salvarsi da solo.
È un’operazione a forte valenza democratica perché, per essere affrontata, non può essere delegata solo a qualcuno, ma necessita la raccolta di tutti i cittadini di buona volontà e le organizzazioni da loro costituite (associazioni, cooperative, fondazioni, …), in una sorta di “chiamata partecipativa” alla costruzione del bene comune superando appartenenze, ideologie, primogeniture.

Insieme a queste organizzazioni di cittadini, gli enti pubblici devono esercitare il proprio ruolo di supporto nel governo della regia istituzionale e le imprese private devono sempre più praticare la propria funzione economica nella dimensione della responsabilità sociale.
Solo il sapiente gioco di squadra tra primo, secondo e terzo settore permetterà il coinvolgimento attivo e responsabile anche dei singoli cittadini, liberando così energie e creatività. La strategia deve essere quella di “essere estrattivi” nel senso di tirar fuori il meglio dai vari mondi a favore della comunità intera e di essere innovativi nella dimensione della sostenibilità in carenza di risorse.

Il volontariato milanese ancora una volta è stato presente e, nonostante le difficoltà, non si è tirato indietro: da una ricerca condotta dai CSV lombardi in corso di ultimazione ben il 55% del campione degli Enti di Terzo settore del territorio metropolitano ha organizzato attività specifiche in risposta all’emergenza, il 26% continuando le proprie attività ordinarie e il 74% aggiungendo o facendo attività nuove; solo il 21% ha interrotto le proprie attività.
Come abbiamo raccontato negli articoli del sito le attività sono state realizzate in autonomia, ma soprattutto in collaborazione con i Comuni, altre Associazioni, Parrocchie, Protezione Civile, ATS e anche con i CSV e le Imprese produttive e commerciali.
A fronte di questa ricchezza di presenza, ora il volontariato e tutto il Terzo settore, nella conclamata “società del rischio”, deve cominciare a darsi alcune piste di lavoro per la ripresa post crisi sanitaria ed economica rivendicando il proprio ruolo essenziale di “autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” previsto dall’articolo 118 della Costituzione, ma anche nei processi di collaborazione con le istituzioni (e le imprese) nella definizione delle politiche locali.

In queste giornate ho raccolto numerosi stimoli nel dibattito interno a CSV Milano ed esterno, grazie ai quali inizio a suggerire alcune sfide e relative prime proposte da approfondire, utili per guardare al domani:

  • sempre dalla citata ricerca la principale problematica che gli ETS hanno rilevato nella cittadinanza è la solitudine di tante persone, non solo anziane. La socialità è un bene primario che va ancor più riconosciuto, facilitato e valorizzato. È uno dei collanti della comunità perché fruito collettivamente e non solo individualmente. Dobbiamo essere sempre più consapevoli dell’importanza non secondaria nella costruzione della coesione sociale, indispensabile nel costruire fiducia, relazioni e legami tra le persone (e tra queste e le istituzioni). Nel ricucire socialità siamo quindi costruttori di democrazia;
  • le problematiche rilevate, a seguire con maggior frequenza, sono l’aumento della povertà, la difficoltà nella gestione domestica e finanziaria, l’insorgenza di casi di depressione. In una società più coesa deve essere posto al centro il garantire l’inclusione di soggetti deboli cercando di ridurre le diseguaglianze. Occorre trovare rinnovate forme di intervento per essere vicini, prestare attenzione e cura ai più deboli che possono essere doppiamente esposti ai rischi sanitari, perché spesso meno informati e più isolati: i senza fissa dimora, gli immigrati, anziani, disabili, malati psichiatrici, carcerati, … Vanno investite risorse progettuali, economiche e materiali per non lasciare indietro nessuno;
  • la principale difficoltà incontrata in questi mesi segnalata dagli ETS nell’indagine è la carenza o mancanza di volontari a causa dell’impossibilità di impiegare i più anziani. In realtà la diponibilità di giovani e adulti è stata rilevante: solo nella città di Milano oltre 1.200 cittadini si sono proposti spontaneamente al Comune e CSV ha raccolto oltre 500 candidature nelle call aperte ad hoc a favore di 13 associazioni nell’ambito della piattaforma Volontari Energia per Milano. Il senso civile e solidale nella città metropolitana c’è, abbondante. Quello che dobbiamo imparare è come avvicinare queste disponibilità, come accompagnarle e sostenerle, come organizzarle rispettando interessi, tempi e caratteristiche peculiari. È una grande sfida per le organizzazioni accogliere il volontariato individuale per sua natura fluido e mobile;
  • il 50% dei soggetti rispondenti prevede la diminuzione delle entrate maggiore del 50%; il 42% ha convenzioni con enti pubblici, il 36% ha tutte le proprie attività in convenzione o accreditamento. In queste settimane sono apparse più in difficoltà le organizzazioni che hanno “monocomittenze”. Forse dovremmo accrescere la capacità di essere non solo multistakeholder ma anche avere una forte diversificazione delle entrate: non solo entrate pubbliche, non solo donazioni o contributi dai soci, non solo entrate da enti filantropici o dal mercato privato, ma un sano mix in modo tale da non essere dipendenti da uno o pochi soggetti e quindi essere meno vulnerabili se uno di questi va, per mille motivi, in crisi. Servirebbero anche forme contrattuali con gli enti pubblici non basati sulla mera prestazione, che espone al rischio di lavoro saltuario, ma su una progettualità sociale a tutto tondo;
  • gli Enti di Terzo Settore hanno ancor più sperimentato l’importanza del radicamento territoriale, l’essere punto di riferimento locale, e quindi essere riconosciuti dai cittadini per la propria peculiare azione. Solo grazie a questo sarà possibile coinvolgere i soggetti imprenditoriali e commerciali locali in progetti di valorizzazione delle loro expertise, le fondazioni di erogazione che dovrebbero sempre più sostenere l’impegno continuativo ed evolutivo delle organizzazioni e meno i singoli progetti volatili, e le istituzioni pubbliche. A questo proposito ricordo che il D.Lgs 117/17 Codice del Terzo settore esplicita nell’articolo 55 che le amministrazioni pubbliche assicurano il coinvolgimento attivo degli enti del Terzo settore attraverso forme di co-progettazione, non solo nell’ambito storico della programmazione sociale di zona (L.328/00) ma in tutti i settori di attività di interesse generale del Terzo settore (immaginiamo quale potenzialità di partecipazione nella definizione di piani ambientali, culturali, sanitari, …);
  • dovremmo definitivamente superare il digital divide che zavorra il Terzo settore. Il limite si è evidenziato in modo conclamato: difficoltà ad avviare procedure di lavoro da remoto perché ordinariamente non disponibili archivi in cloud, mancanza di connessioni veloci, strumentazioni, periferiche mobili e software dedicati, edifici senza sistemi di domotica avanzata, inefficienze dei sistemi energetici e climatici, … Ma soprattutto manca la cultura e l’esperienza che molte attività si possono realizzare anche a distanza con lo scopo di raggiungere più persone (formazione online, ma anche concerti e conferenze) o incontrarsi riducendo costi e tempi di spostamento (chiamate audio e video multiutenti), avere economie di scala e maggiore sostenibilità energetica. Diverse organizzazioni hanno cercato in questi giorni soluzioni tampone, ma occorrerà un investimento massiccio sia progettuale che di sviluppo organizzativo per rendere moderno il privato sociale;
  • dovremmo ripensare le nostre governance democratiche rendendole più snelle ed efficaci, capaci di prendere decisioni in tempi brevi ma anche in modo collegiale, garantendo i periodici ricambi, considerando i giovani, che sempre più si stanno affacciando nei diversi Enti del Terzo settore: le giovani generazioni hanno un approccio meno ideologico, più pragmatico e cercano di coniugare con equilibrio idealità (valori), risorse (umane ed economiche), impegno condiviso (cooperare) e tecnologia. Serviranno inoltre organizzazioni del lavoro più flessibili in cui il lavoro agile, laddove possibile, è la norma, perché impostate sui risultati più che non sulla presenza oraria.

In questo scenario e con queste possibili prospettive, quale ruolo per i Centri di Servizio al Volontariato? Sempre nella ricerca citata alla domanda “da ora in avanti, sia rispetto all’emergenza che nell’ordinario, quale tipo di supporto ritieni più urgente richiedere al CSV?” le risposte in ordine di priorità sono state: riflessioni e proposte su come il volontariato si trasformerà nel prossimo futuro, consulenza su normativa in generale e specifici decreti sull’emergenza, supporto al fundraising, ricerca di nuovi volontari, consulenza su sicurezza dei volontari (assicurazioni, gestione rischi e paure ecc.), facilitazione delle relazioni con amministrazioni pubbliche per progetti comuni, reperimento dispositivi di sicurezza, eventi di promozione della cultura del volontariato e della cittadinanza attiva, facilitazione della relazione con altri ETS per progetti comuni, consulenza su ri-programmazione e ri-progettazione delle attività, diffusione di notizie e appelli attraverso sito web, social network, newsletter ecc., formazione su gestione piattaforme on line e attività in remoto, formazione per volontari già attivi e per nuovi volontari, facilitazione della relazione con imprese per progetti comuni.

Sia la ricerca che le diverse interlocuzioni di questi mesi con moltissimi volontari e dirigenti ci restituiscono la conferma che il nostro ruolo è stare a fianco del volontariato milanese sostenendolo nel proprio agire, nel rispondere alle sette sfide prima descritte, e quindi soprattutto nell’intraprendere processi di sviluppo organizzativo e territoriale. Questo crediamo sarà possibile grazie all’offerta di supporti infrastrutturali e opportunità di servizi di qualità e flessibili, ma in modo particolare nel favorire connessioni e alleanze con i soggetti dei diversi mondi per assumere esigenze e progettualità comuni.
È una prospettiva collaborativa, evocata anche dallo scrittore Enrico Brizzi: “Non so se andrà tutto bene, né se l’emergenza ci restituirà in qualche modo migliori alla vita civile, ma d’una cosa son certo: la differenza tra un popolo e un ammasso di gente sta nella capacità di declinare il pensiero al plurale, silenziando l’io per dar voce al noi”.

Marco Pietripaoli, Direttore Ciessevi Milano

Nella società del rischio anche il Terzo settore deve cambiare

di Marco Pietripaoli, Direttore CSV Milano

 

È ancora presto per prevedere compiutamente cosa insegnerà al Terzo settore e al popolo dei volontari e cittadini attivi questa emergenza del Covid-19. Ma Carola Carazzone sabato, nell’articolo “Le fondazioni filantropiche? Adesso sostengano organizzazioni, non progetti”, incomincia a mettere un punto fermo, a mio parere molto importante. Carazzone evidenzia come, a partire dalla crisi che stiamo vivendo, le fondazioni filantropiche possano collaborare con gli enti del Terzo settore con modalità diverse e innovative; e propone una serie di esempi concreti.

La stessa sera David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, ha posto l’accento sull’urgenza di salvare la salute, poi il lavoro e poi anche la democrazia. Ma «fra le condizioni per l’esistenza e il funzionamento di un sistema democratico, ci ricordava già nel 1982 la vicepresidente della Camera Maria Eletta Martini, (…) il volontariato può svolgere un ruolo importante per lo sviluppo e il rafforzamento della democrazia. (…) Il volontariato, in questa prospettiva, è una strada di crescita e di presenza civile di persone che, talvolta anche inconsapevolmente diventano via di mutamento sociale e di nuova cultura, che si fonda sulla solidarietà e la corresponsabilità ai problemi dell’altro; è un modo corretto di essere della democrazia, in un mondo in cui esistono “nuove povertà”, o, come si dice, luoghi di “sofferenza sociale”, che sfuggono alle statistiche».

Recentemente il D.Lgs 117/17 Codice del Terzo settore esplicita nell’articolo 55 che le amministrazioni pubbliche assicurano il coinvolgimento attivo degli enti del Terzo settore attraverso forme di co-programmazione non solo nell’ambito storico della programmazione sociale di zona (L.328/00) ma in tutti i settori di attività di interesse generale del Terzo settore (immaginiamo quale potenzialità di partecipazione nella definizione di piani ambientali, culturali, sanitari, …).

Ora il volontariato e tutto il Terzo settore nella conclamata “società del rischio” potrebbero incominciare a porsi alcune piste di lavoro per la ripresa post crisi sanitaria ed economica rivendicando il proprio ruolo essenziale di “autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” previsto dall’articolo 118 della Costituzione, ma anche nei processi di collaborazione con le istituzioni nella definizione delle politiche locali.

Inizio a suggerire alcune prime proposte da approfondire in queste giornate utili per guardare avanti, oltre a quelle esposte da Carazzone riguardo a una rinnovata alleanza tra Fondazioni filantropiche e Enti di Terzo Settore:

  • la socialità incomincia a mancarci: si suona e si applaude dai balconi. Incontrarsi e aggregarsi, fare festa e fare musica, teatro e yoga, curare un giardino pubblico o occuparsi dei diritti civili è essenziale per una comunità, come lavorare ed essere in buona salute. È un bene primario che va ancor più riconosciuto, facilitato e valorizzato. È uno dei collanti della comunità perché fruito collettivamente e non solo individualmente. Dobbiamo essere sempre più consapevoli dell’importanza non secondaria nella costruzione della coesione sociale, indispensabile nel costruire fiducia, relazioni e legami tra le persone (e tra queste e le istituzioni). Nel costruire socialità siamo quindi costruttori di democrazia;
  • in una società più coesa sarà più facile garantire l’inclusione di soggetti deboli. In questi giorni difficili centinaia di migliaia di operatori e volontari del Terzo Settore hanno continuato in silenzio, pur con le necessarie precauzioni sanitarie, ad essere vicini, a prestare attenzione e cura ai più deboli che possono essere doppiamente esposti ai rischi sanitari, perché spesso meno informati e più isolati: i senza fissa dimora (che notoriamente non possono stare a casa, perché non hanno casa), gli immigrati, anziani, disabili, malati psichiatrici, … molti di questi “ultimi” si stanno ammalando. È giusto applaudire agli operatori sanitari pubblici, ma altrettanto giusto sarebbe essere consapevoli e ricordare chi opera da cittadino attivo nel sociale e nel sociosanitario retto in gran parte dagli enti di Terzo settore, anche rivendicando pari utilizzo di ammortizzatori sociali. Ma prima ancora servirebbero forme contrattuali con gli enti pubblici non basati sulla mera prestazione che espone al rischio di lavoro saltuario, ma su una progettualità sociale a tutto tondo;
  • dovremmo definitivamente superare il digital divide che zavorra il Terzo settore. Il limite si è evidenziato in modo conclamato: difficoltà ad avviare procedure di lavoro da remoto perché ordinariamente non disponibili archivi in cloud, mancanza di connessioni veloci, strumentazioni, periferiche mobili e software dedicati, edifici senza sistemi di domotica avanzata, inefficienze dei sistemi energetici di riscaldamento e condizionamento, … Ma soprattutto manca la cultura e l’esperienza che molte attività si possono realizzare anche a distanza con lo scopo di raggiungere più persone (formazione online, ma anche concerti e conferenze) o incontrarsi riducendo costi e tempi di spostamento (chiamate audio e video multiutenti), avere economie di scala e maggiore sostenibilità energetica. Diverse organizzazioni hanno cercato in questi giorni soluzioni tampone, ma occorrerà un investimento massiccio sia progettuale che di sviluppo organizzativo per rendere moderno il privato sociale;
  • in questi giorni appaiono più in difficoltà le organizzazioni che hanno “monocomittenze” soprattutto se non garantite. Forse dovremmo accrescere la capacità di essere non solo multistakeholder ma anche avere una forte diversificazione delle entrate: non solo entrate pubbliche, non solo entrate da enti filantropici, non solo donazioni o contributi dai soci, non solo mercato privato, ma un sano mix in modo tale da non essere dipendenti da uno o pochi “mercati” e quindi essere meno vulnerabili se uno di questi va, per mille motivi, in crisi. La diversificazione aiuterà anche a essere più riconosciuti e radicati nel proprio territorio di riferimento;
  • dovremmo ripensare le nostre governance democratiche rendendole più snelle ed efficaci, capaci di prendere decisioni in tempi brevi ma anche in modo collegiale, garantendo i periodici ricambi. Serviranno inoltre organizzazioni del lavoro più flessibili in cui il lavoro agile, laddove possibile, è la norma, perché impostate sui risultati che non sulla presenza oraria;

Rispetto a quest’ultimo punto, tra le diverse risorse a disposizione utili anche per affrontare i precedenti, dobbiamo considerare i giovani, che sempre più si stanno affacciando ai diversi Enti del Terzo settore: le giovani generazioni hanno un approccio meno ideologico, più pragmatico e cercano di coniugare assieme in equilibrio idealità (valori), risorse (umane ed economiche), impegno condiviso (cooperare) e tecnologia.

Oltre che ai virologi e sanitari, agli economisti e imprenditori, oggi dobbiamo affidarci anche agli operatori e volontari del Terzo settore e soprattutto all’energia e creatività dei giovani, per affrontare nella “società del rischio” nuovi e moderni modi per stare nei nostri luoghi in modo propositivo e per costruire l’evoluzione della società democratica del futuro.

 

Pubblicato su VITA il 16 marzo 2020 – http://www.vita.it/it/article/2020/03/16/nella-societa-del-rischio-anche-il-terzo-settore-deve-cambiare/154481/