Riflessioni sul rapporto tra giovani e volontariato

giovani-volontariAndrea Salvini, docente di sociologia all’Università di Pisa, fotografa il rapporto tra giovani e mondo del volontariato in vista di una trasformazione dei modelli organizzativi
 

Uno dei temi più controversi e, nel contempo, più dibattuti negli anni a noi più recenti all’interno dell’universo del volontariato è senz’altro quello, genericamente indicato, dei giovani. Ci sono ragioni generali e ragioni particolari che stanno alla base di questo interesse; le prime hanno a che fare con il particolare luogo simbolico rappresentato dai giovani rispetto alla società, alle sue possibilità di riproduzione e alle sue direzioni di sviluppo; questo interesse si traduce ovviamente nel tentativo costante e quasi ossessivo di comprenderne le caratteristiche, i loro bisogni e le loro rappresentazioni e, per quello che qui ci interessa prioritariamente, la cifra di coinvolgimento e di partecipazione dei giovani stessi alla cosa pubblica, alla vita sociale e politica. Le seconde, cioè le ragioni particolari legate al richiamo che i giovani esercitano sul volontariato, hanno a che fare con la verifica delle (e la preoccupazione circa le attuali) condizioni della riproduzione (della sopravvivenza e dell’ulteriore sviluppo) delle organizzazioni di volontariato – verifica che ovviamente non è separata dalla più nobile enunciazione dell’idea in base alla quale, poiché i giovani costituiscono l’anticipazione dei tratti della società di domani, il volontariato costituisce un viatico (suppostamente) essenziale per garantire le condizioni di una società futura più giusta e solidale. Le ragioni particolari, dunque, si intrecciano con quelle generali.

 

Dedicherò una qualche riflessione preliminare alle ragioni generali; tuttavia tra le ragioni particolari se ne dovrà includere una di speciale urgenza, che pertanto impone una attenzione altrettanto rilevante. Infatti, sempre più spesso si sente circolare l’osservazione in base alla quale “i giovani non fanno più volontariato”, cioè si declina il tema del rapporto tra giovani e volontariato soprattutto nei termini della loro disaffezione, del disinteresse e della loro assenza (quantitativa). Ed è soprattutto a questo aspetto particolare che dedicheremo maggiore attenzione, per argomentare circa il fatto che la tesi della disaffezione dei giovani rispetto al volontariato non soltanto è controintuitiva rispetto alle tendenze evidenziate dalla statistica ufficiale, ma si basa su esperienze e percezioni costruite in modo differenziato nel variegato mondo del volontariato.

 

Andrea SalviniLa questione della partecipazione sociale e politica dei giovani ha da sempre costituito un luogo privilegiato di riflessione per gli studiosi e di intervento per le politiche pubbliche, perché si ritiene con determinazione che essa rappresenti una cartina di tornasole della capacità della società di essere inclusiva, di promuovere coesione e integrazione sociale e, nel contempo, di manifestare interesse per il suo stesso futuro. Nel corso del tempo, la “questione giovanile” ha assunto connotati diversi – dalla contestazione al riflusso, dall’intimismo alla presunta ripresa partecipativa – senza mai, tuttavia, perdere i propri caratteri di complessità e di ambivalenza. Qualsiasi riflessione sui giovani, sulla loro propensione alla partecipazione e all’impegno, non può prescindere dal domandarsi, ancora una volta, chi siano i giovani, dato che la loro definizione è continuamente costruita. I giovani stessi evitano accuratamente di autodefinirsi collettivamente e rifiutano ogni tentativo di categorizzazione; gli stessi fenomeni di appartenenza sub-culturale, per quanto socialmente visibili, costituiscono un’esperienza condivisa soltanto da minoranze giovanili, che dunque non interpretano in modo esaustivo la sensibilità generale delle giovani generazioni. L’universo giovanile, di conseguenza, per quanto individuabile anagraficamente e rispetto ad alcuni aspetti psicosociali connessi ai cosiddetti “compiti di sviluppo” (dell’identità personale e sociale), non si presta a classificazioni, anche soltanto abbozzate.

 

Nei “gruppi sociali di riferimento”, nella famiglia in primo luogo, il senso dell’«essere adulto» si ridefinisce costantemente nel succedersi degli eventi di vita e di dinamiche relazionali e non sono in grado di proporre ancoraggi definitivi (né per gli adulti, né tantomeno per i giovani): non a caso Barry Wellman ha parlato efficacemente di una società caratterizzata da individualismo reticolare. Il futuro non costituisce più un orizzonte simbolico in grado di assegnare significati durevoli per il presente e lo sguardo prospettico è segnato dall’incertezza, che è divenuta, ormai, un dato antropologico. I modi di fronteggiare e di reagire all’incertezza del futuro da parte dei giovani non sono, anch’essi, classificabili e sintetizzabili, tante sono le combinazioni possibili tra le dimensioni psicologiche e relazionali e le condizioni materiali di esistenza garantite dalla famiglia o dal territorio. C’è, tuttavia, da segnalare un aspetto che, forse, è relativamente nuovo almeno nella sua emblematicità, con riferimento ai giovani, e che consegue da quanto detto fin ora – e che riguarda la particolare capacità di cercare e di cogliere le opportunità che si propongono di volta in volta nelle biografie giovanili. Per quanto l’idea del “carpe diem” non sia nuova, come si sa, essa è passata da una dimensione residuale – dove in fondo cogliere l’attimo significava introdurre una discontinuità occasionale per quanto strategica nella biografia individuale – ad una, per così dire “progettuale”: c’è una dimensione pragmatica, concreta e relativa nelle biografie giovanili, che si fa metodo, mentre gli obiettivi di vita sono, per così dire, “sospesi”, in attesa di essere eventualmente ridefiniti alla luce delle esperienze condotte.

 

Ovviamente questo tratto del vivere giovanile deve essere confrontato con la diversità delle situazioni, dei contesti e dei cicli di vita: quello che è importante sottolineare è che sarebbe un errore di prospettiva interpretare la realtà giovanile secondo dicotomie più o meno classiche come impegno – disimpegno, disagio – benessere, interesse – disinteresse, distacco – dedizione, persino immaturità – maturità. Ambivalenze e coesistenza di contraddizioni segnano le giovani generazioni, ma non in modo esclusivo: anche le altre generazioni non sono esenti da estese ambivalenze e la distanza tra giovani e adulti, per così dire, si riduce.

 

Queste rapide riflessioni meriterebbero opportuni approfondimenti, soprattutto mediante il confronto serrato e ravvicinato con le giovani generazioni; esse tuttavia prefigurano la necessità di un cambiamento di paradigma nel modo di interpretare la realtà giovanile e di porre in modo corretto il problema della loro presenza nella vita sociale. Come si capisce, le riflessioni circa le ragioni generali dell’interesse del volontariato verso i giovani, si legano direttamente alle ragioni particolari di cui si è detto in precedenza. Se si osservano le statistiche nazionali relative all’impegno sociale e politico inteso in senso generale (che comprende la partecipazione politica e quella sociale nelle sue diverse forme) possiamo notare che, comparativamente rispetto alle altre fasce d’età, i giovani sono meno partecipi ed impegnati; tuttavia, se concentriamo l’attenzione sulla dinamica, negli ultimi dieci-venti anni, del coinvolgimento nel volontariato vengono invece segnalati incrementi significativi.

 

Persone di 14 anni e più che hanno svolto attività gratuita per associazioni di volontariato nei 12 mesi precendenti la rilevazione – Indagine Multiscopo “Aspetti della vita quotidiana”, varie edizioni.
  1993 1999 2005 2011
Età Masc Femm Tot Masc Femm Tot Masc Femm Tot Masc Femm Tot
14-17 5,1 7,9 6,4 5,5 7,2 6,3 5,5 11 8,1 9,1 10 9,5
18-19 8 8,1 8 9,9 6,8 8,4 10,7 11,6 11,1 12,9 15,2 14
20-24 7,9 8,5 8,2 8,2 9,5 8,8 9 13,1 11 12,1 10,6 11,4
25-34 8,3 6,7 7,5 8,2 8,4 8,3 10,1 9,6 9,8 9,6 10,6 10,1
35-44 10,1 7,7 8,9 9,7 8,4 9,1 9,9 9,3 9,6 9,6 9,6 9,6
45-54 9,5 6,6 8 11,1 8 9,5 10,5 9,6 10 12,1 11,8 11,9
55-59 7,7 5,5 6,5 10,4 6,9 8,6 12,3 9,3 10,8 11,3 10,2 10,8
60-64 6 4,5 5,2 7,7 6 6,8 10,7 7,8 9,2 13,8 12,1 12,9
65-74 4,9 3,9 4,4 4,5 3,7 4,1 8,2 6,7 7,4 11,2 9,1 10,1
75 e + 2 1,6 1,7 2,6 1,9 2,1 2,9 2,5 2,6 4,3 3,4 3,7
totale 7,7 6,1 6,9 8,2 6,8 7,5 9,3 8,5 8,9 10,4 9,6 10

 

Vi sono due dati di particolare rilievo che devono essere segnalati: il primo riguarda il fatto che le classi di età che si pongono agli estremi del continuum (quelle giovani 14-19 e anziane da 65 in su), crescono in modo significativo rispetto a quelle centrali, che appaiono più “stazionarie”; in particolare, e questo è il secondo rilievo, le classi giovanili crescono costantemente nel tempo, segnalando una tendenza contraria a quanto lamentato all’interno di molta parte del volontariato relativamente alla “assenza dei giovani”. In altri termini, le statistiche non sembrerebbero supportare la tesi circa la “disaffezione” dei giovani rispetto al proprio coinvolgimento in attività volontarie, anzi mostrerebbero un incremento che, proprio alla luce della diffusione di quella tesi nelle organizzazioni di volontariato, appare straordinario.

 

Ma perché, allora, esiste questo gap tra la rappresentazione di molti volontari (presidenti) e le statistiche ufficiali? Vi sono tre punti che devono essere evidenziati per tentare una risposta a questa domanda. 
 
Primo, ci si dovrebbe domandare se la figura di “giovane volontario” a cui le due fonti fanno riferimento, sono in qualche misura convergenti, altrimenti c’è il rischio di incorrere in un bias in base al quale si vuol compiere confronti tra “oggetti” che per via della loro diversa definizione e natura, non possono essere confrontati. In effetti, la domanda che viene posta nell’indagine “Aspetti della vita quotidiana” fa riferimento ad “attività gratuite svolte nei 12 mesi precedenti per organizzazioni di volontariato”; nulla possiamo aggiungere sul carattere di continuità dell’attività e sul suo “peso” rispetto alle esigenze dell’organizzazione. Di conseguenza, l’intervistato che abbia partecipato anche ad un solo evento realizzato da un’organizzazione di volontariato con un qualche livello di coinvolgimento, può segnalarlo nella risposta, e pertanto rientrare nei giovani che “partecipano ad una attività sociale” – per quello che ci interessa, appunto, il volontariato. D’altra parte, la percezione di “assenza” dei giovani dal volontariato si riferisce probabilmente a “risorse” che possano essere effettivamente utili alla attività quotidiana dell’organizzazione – cioè giovani che garantiscano un sostegno relativamente continuo; in questo senso, vi può essere un generale discordanza tra percezione diffusa e modo in cui le statistiche sono costruite.

 

Secondo. La stessa opinione corrente circa la “mancanza” dei giovani nel volontariato non è unanimemente condivisa all’interno del variegato mondo del volontariato, anzi vi sono presidenti che vanno orgogliosi della capacità della loro organizzazione di attrarre giovani all’interno delle proprie attività. Tra queste vanno sicuramente annoverate le organizzazioni che operano in ambito socio-sanitario o nella protezione civile, le quali esercitano, per molte ragioni, una forza attrattiva considerevole; in altri termini, i giovani non si distribuiscono in modo omogeneo tra le varie opzioni organizzative possibili, ma scelgono in base a vari criteri, tra cui prevale quello della attrattività sotto il punto di vista della natura, delle attività e delle “ricompense” – intese queste ultime in senso assolutamente ampio. Non va inoltre trascurato il fatto che le dinamiche di “scelta” (di partecipazione) non sono necessariamente definitive, ma sono sempre sottoposte alla verifica di compatibilità con le proprie esigenze identitarie e biografiche. Ad esempio, indossare una divisa, svolgere un’attività la cui rilevanza sociale è immediatamente visibile e particolarmente apprezzata, oppure ancora avere la percezione di “contare” all’interno dell’associazione, frequentare un luogo stimolante dal punto di vista relazionale, costituiscono aspetti di carattere simbolico e sociale in grado di attrarre i giovani, specie se a questi aspetti se ne accompagnano altri legati alla possibilità di acquisire competenze spendibili anche in altri contesti, fare esperienze interessanti e coinvolgenti, accedere a risorse relazionali potenzialmente utili (il famoso “capitale sociale), ecc… Dunque, la percezione di “assenza” dei giovani nel volontariato non è generalizzabile, ma costituisce l’effetto dei meccanismi di polarizzazione dei processi di appartenenza. Non tutte le organizzazioni di volontariato possono offrire le medesime opportunità di impegno e di “ritorno”: tale “polarizzazione”, dunque, riguarda anche il differenziale interno al volontariato stesso con riguardo alla capacità attrattiva – e, in ultima analisi, alla capacità di accesso alle risorse mobilitabili in direzione dei giovani. Ulteriori verifiche empiriche sono, ovviamente, necessarie per suffragare adeguatamente questa tesi; come esempio si riporterà il caso di una indagine sul rapporto tra giovani e volontariato promossa dal CESVOT – il Centro di servizio per il volontariato della Toscana – che ha coinvolto nel 2011 un campione di 1264 giovani studenti delle scuole superiori toscane (limitatamente alle età 17-18 anni), da cui emerge che il 17,8% dei rispondenti è coinvolto in attività di volontariato organizzato. La loro distribuzione nei vari settori di attività appare particolarmente polarizzata: il 52%, infatti, appartiene ad organizzazioni che operano in ambito sociale, il 26,7% in associazioni di tipo socio-sanitario. Gli altri studenti si distribuiscono, per percentuali mai superiori al 5%, in organizzazioni operanti nei settori culturali, dei diritti civili, della tutela ambientale, ed il 7% in altri settori.

 

Terzo. C’è un ulteriore elemento di cui tener conto in tutta questa vicenda relativa al rapporto tra giovani e volontariato, tutto interno alle dinamiche organizzative, che ha a che fare con la valutazione del fabbisogno di volontari. Una tale attività razionale è concepibile, nel volontariato, sostanzialmente per due ragioni: la prima si riferisce alle dinamiche di differenziazione e di strutturazione crescente delle forme organizzative, la seconda si riferisce ai processi di graduale compartecipazione del volontariato – almeno di parti consistenti di esso – alle vicende della realizzazione del welfare a livello locale. Questi due processi di carattere endogeno ed esogeno hanno prodotto livelli crescenti di burocratizzazione, “imposto” una gestione razionale delle risorse e un più generale isomorfismo della forma organizzativa rispetto a quella dell’impresa, e dell’istituzione pubblica. In questo quadro, la “domanda” di risorse umane dinamiche e flessibili, ma nel contempo continuative e affidabili si è notevolmente consolidata, a causa della necessità di ottemperare agli impegni presi con gli interlocutori istituzionali e degli standard qualitativi richiesti nell’effettuazione delle attività e dei servizi – esigenze che, peraltro, hanno provocato un’ulteriore spinta alla “professionalizzazione” del volontariato. Da questo punto di vista, per ragioni che sono relativamente intuitive, il profilo del volontario giovane diviene di gran lunga preferibile rispetto a quello adulto decisamente più “competente” ma con minori disponibilità temporali), e a quello anziano (in possesso di maggiori disponibilità temporali, ma meno competente e “flessibile”). Ma un modello di volontariato che preveda continuità e affidabilità dell’intervento, nonché una programmazione non del tutto flessibile degli impegni, non sempre corrisponde alle attese e alla rappresentazione che i giovani hanno del volontariato stesso – specie se la forza contrattuale interna ed il peso decisionale che viene loro riservato non corrisponde alla rilevanza del loro lavoro.

 

Osservando le pratiche e gli stili di vita giovanili odierni, è possibile notare come i giovani declinino partecipazione ed impegno secondo modalità non usuali, in tempi asincroni e in luoghi non consueti. Non frequentano volentieri le riunioni o le manifestazioni, ma usano le nuove tecnologie per esprimere le proprie ansie e le proprie aspirazioni, che sono pure veicolo di sensibilità politica in senso lato; non hanno timori reverenziali ed hanno uno spiccato senso dell’ingiustizia, sebbene non filtrato dalle teorizzazioni astratte, ma dalla pratica delle relazioni quotidiane; sono capaci di effervescenze improvvise, di slanci e di mobilitazioni inattese, come di ritiri strategici, di silenzi prolungati, rispecchiando in questo modo il loro metodo di esplorazione e di comunicazione col mondo, essenzialmente mediato da internet; sono infine capaci di una generosità estrema, per quanto sempre resa compatibile con le esigenze di utilità personale.

 

Quello che è importante sottolineare, dunque, è che per comprendere adeguatamente il rapporto tra giovani e volontariato, si debbano ribaltare i termini con cui esso è posto, cioè non considerare il volontariato come un “contenitore” fissato, con esigenze e bisogni da soddisfare, cui i giovani debbano adattarsi: in questo caso la domanda rischia di essere destinata, per le ragioni viste, a sopravanzare l’offerta. Al contrario, è necessario prendere in attenta considerazione le istanze e le caratteristiche del mondo giovanile (ovviamente per quello che è possibile, data l’estrema differenziazione interna che sussiste anche in questo ambito) e “modellare” ad esse le ragioni organizzative, in un processo di negoziazione continua, sicuramente anche faticosa. Il volontariato può cogliere l’occasione di questa fase attuale di incertezza identitaria e di autoiflessione, per mettere a tema la questione dell’adeguatezza delle proprie forme organizzative rispetto alla capacità di accoglienza delle giovani generazioni, così come di quelle più anziane, il cui peso nella popolazione volontaria – per ovvie ragioni di parallelismi demografici – è destinato ad aumentare. Non è mai stato semplice immaginare, progettare e realizzare percorsi di “approssimazione” ai giovani, e oggi lo è ancor di più, stante il fatto che i meccanismi partecipativi devono fare i conti con la discontinuità e la particolarità delle forme del coinvolgimento giovanile.

 

Vorrei tuttavia proporre di inserire il tema dei giovani all’interno di quello, sicuramente ampio e complicato, di una graduale trasformazione dei modelli organizzativi del volontariato che, senza annullare l’autonomia delle singole associazioni, preveda forme di meta-organizzazione che ne travalichino i confini (burocratici ma soprattutto simbolici).

 

Si tratterebbe di avviare un processo di governance allargata, di network governance, mediante l’attivazione di reti di organizzazioni ed “inventando” una nuova modalità organizzativa in cui i soggetti in rete operino per l’ampliamento del coinvolgimento dei giovani volontari, attraverso la dilatazione delle esperienze possibili di azione volontaria.

 

Questa dinamica di ampliamento consentirebbe di centrare l’attenzione sui giovani volontari, sui meccanismi plurali attraverso cui essi si impegnano continuamente per costruire la propria identità, e qualche certezza in più per il proprio futuro.

 
(da Vdossier)
 
 

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