Dotti: rifondiamo la società ma il volontariato cambi marcia

Possiamo definire la provincia di Bergamo il primo epicentro occidentale della pandemia Covid-19: le scene dei convogli militari con le bare delle vittime hanno lanciato un grido d’allarme a tutto il mondo. Un dramma umano che ha lasciato delle voragini nel suo tessuto sociale e quindi anche nel suo denso mondo associativo, portandosi via centinaia di figure che lo avevano animato per decenni. Abbiamo chiesto a Johnny Dotti, pedagogista e imprenditore sociale che conosce e vive il territorio bergamasco, di analizzare il tema della comunità alla luce
degli stravolgimenti prodotti dalla crisi sanitaria.

Quali sono i cambiamenti che attraversano le comunità oggi, ai tempi dell’emergenza sanitaria? Pensando anche al possibile ruolo del volontariato nella ripartenza, che immagine ne ha ricavato dal suo peculiare punto di osservazione di imprenditore del Terzo settore, pedagogista, ma anche di voce proveniente da un contesto fortemente colpito dalla pandemia?

Quella che abbiamo vissuto oggi è una vera catastrofe, nel senso nobile del termine: un autentico trauma. I cambiamenti di per sé rappresentano sempre una discontinuità, che poi si riesce a sostenere attraverso delle risorse, dei vissuti che già esistono e che si trasformano dentro questa discontinuità. Vorrei sottolineare il fatto che abbiamo passato questi tre mesi grazie alle comunità, che invece erano state completamente sfibrate nei trent’anni precedenti, sulla scorta del mito dell’uomo che si faceva da sé, del prototipo virtuoso dell’imprenditore. Tutta la logica consumistica individuale, cosa è stata se non la negazione degli altri? Abbiamo invece visto in questi tre mesi che la comunità esiste, che la brace c’è ancora; l’abbiamo visto in tutti, l’ho visto nei miei figli. E non solo: la regressione dell’individuo aveva messo la comunità tutta sulla posizione dell’immunità; pensiamo ai populismi, in cui la comunità si presenta sempre come immunità, e pensiamo a come è difficile mettere insieme i gruppi, anche di eguali, come quelli del volontariato. Ebbene, noi abbiamo visto al contrario in questi tre mesi che l’uomo, di fronte alla chiamata della vita, risponde ancora all’altro uomo. La trovo una cosa molto bella, ma fragile, che potrebbe essere ancora annichilita. Il limite delle catastrofi e dei traumi è che, se non vengono elaborati, l’uomo non cambia. E la storia ci insegna che, generalmente, l’uomo va verso un cambiamento regressivo, fino a quando non c’è la consumazione totale data dalla consuetudine.

Quindi, nonostante la tragedia appena passata, pensa che possa esserci la speranza di ricostruire un mondo nuovo?

Sono convinto che questo secondo trauma, dopo la crisi economica del 2008, in una serie di persone, se ci riferiamo alle logiche che seguivamo nello scorso millennio, stia aprendo delle ricerche consapevoli. Ricerche che connettono un’esigenza di maggiore pienezza, di rotondità della vita, con le forme organizzative, economiche, politiche, sociali. È ciò che mi sta narrando la vita ora: alla prima uscita di casa, dopo i tre mesi di isolamento, sono stato chiamato ad intervenire ad un seminario di un collegio di ingegneri ambientali, e lì abbiamo parlato di sogno e alleanze. La cosa mi ha colpito molto perché non sono educatori, associazioni, istituzioni religiose, psicologi; percepisco un cambiamento reale in corso che riguarda anche persone, organizzazioni, comunità, professioni che noi abbiamo sempre pensato fare altro. E non si tratta di un caso isolato, ce ne sono diversi; sono stato anche a Roma, in Vaticano, e mi piace citarlo poiché testimonia che perfino alcune istituzioni si stanno seriamente interrogando sul loro cambiamento.
Lo colgo come un segnale positivo poiché la dimensione dell’istituzione è ancora altro rispetto a quella dell’impresa, che comunque nel mondo italiano fortunatamente può essere una realtà che continua un suo percorso di approfondimento.

E quali potrebbero essere, secondo lei, questi cambiamenti?

I segnali che colgo, a mio parere, ci dicono che i cambiamenti stanno avvenendo almeno a quattro livelli. Primo: è chiaramente in atto un cambiamento sociologico. Oggi siamo dentro un cambiamento tale che ha innalzato il fattore di rischio: la “società del rischio”, citando ciò che scriveva Ulrich Beck negli anni Ottanta, oggi presenta un ulteriore passo in avanti, e l’interpretazione di questo passo in avanti dipenderà dai soggetti.

Come potremo superare il rischio di essere ossessionati da potenziali disastri ed eventi devastanti?

Se i soggetti si lasceranno condurre, nella gestione del rischio, solo dalle forme tecniche più o meno scientiste, il futuro che ci attende sarà veramente pericoloso dal punto di vista sociologico. Se invece i soggetti sono in grado, assumendo la società del rischio e vivendo nella società del rischio, di inserirvi elementi di umanità, creatività, valore, allora si apre uno spazio interessante. Il secondo livello è il cambiamento dal punto di vista antropologico. Il costrutto sull’individuo che abbiamo teorizzato e abbiamo anche fatto diventare lo storytelling degli ultimi trent’anni oggi si sta sgretolando: antropologicamente ci stiamo accorgendo con dolore Comunità post virus che non siamo semplici individui e che la società non è una somma di individui. Anche questa medaglia ha due facce. Da un lato, ciò può portare, in termini personali, a crisi di panico e, in termini sociali, ad angosce che cercano un capro espiatorio.

Per esempio quali?

Ne vediamo i segni già oggi: ad esempio, nel mio territorio non abbiamo assistito a così tante risse come nell’ultimo mese. Sono risse violente con conseguenze pesanti, che avvengono quasi sempre fuori dai bar e quasi sempre coinvolgono giovani, in cui un branco si rivolge contro una persona e lo picchia per cause banali. Non posso generalizzare, ma sono certo che la questione dell’anomia individuale, dell’individuo che non si sente più il centro del mondo e, cioè dell’io che ha percepito oggi totalmente la sua fragilità (la sua mortalità qui dalle nostre parti) può condurre a derive di tali natura, fino a pensare a risvolti estremamente pericolosi. Ricordo che, tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, ci fu la spagnola; fu l’incubatore, accanto alla crisi economica, del Fascismo e del Nazismo, cioè della crisi dei sistemi governativi. Lo dico non per spaventare ma per essere coscienti, e io credo che il volontariato debba essere cosciente: se perde la coscienza, può essere sostituito da un qualsiasi robot che effettua azioni meccaniche. Il secondo lato della medaglia è che tutto ciò può aprire alla dimensione tripartita o tridimensionale della persona, perché la persona è senso-sensazioni, sentimenti-intelletto e spirito, tutte e tre queste cose insieme. E, soprattutto, la persona è un nodo di relazioni: non si dà da sé, non è una monade persa nell’universo; la persona è un nodo integrato. Allora è interessante capire da che parte spingerà il volontariato, e non è scontato che spinga verso questa seconda direzione, quella del gusto degli altri, della condivisione dell’esperienza di sé integrata/integrale perché, se esso sta dentro il paradigma del funzionalismo e della concezione specialistica della società, spingerà senz’altro verso la prima.

Mentre il terzo livello?
Il terzo livello, è quello del cambiamento dal punto di vista spirituale. Io penso che il tempo monoteista sia finito; questo è il tempo della trinità. Noi rischiamo un irrigidimento monoteista, che è il rischio di cui parlavo prima e che vediamo in tanti dibattiti, oppure potremmo avere un’apertura spirituale, tipica tra l’altro del Cristianesimo. La trinità è apertura radicale, è io, tu ed egli, è maschio e femmina, è padre e madre, è amore infinito che si ripete soltanto dentro relazioni che hanno un senso.

E tutto questo come si combina con il fare volontariato?

Ci sono due risvolti per il volontariato. Primo, sarebbe molto bello che il volontariato cominci ad immaginare che quelli che pensava lontani, i professionisti e le imprese, non sono solo come riferimenti per fare fund-raising, non solo persone cui chiedere qualcosa per sé, ma persone con cui fare un percorso. Con gli altri si possono condividere dei percorsi veramente generativi e inediti; in fondo il volontariato è nato inedito. È figlio del non pre-costituito, del non già saputo, del provare, del mettersi a disposizione, del contribuire. Sarebbe bello che questo segnale che ho visto nel piccolo, diventasse qualcosa che ci aiuti a fare una compagnia più vasta. Secondo, rispetto alle istituzioni, siano esse religiose, pubbliche, economiche, sarebbe bello che il volontariato avesse un atteggiamento maggiormente propositivo e contributivo, che fosse percepito come una risorsa non per lo specifico che fa (l’aiuto ai disabili, ai profughi, agli anziani) e la sua funzione sociale, ma per la sua natura profonda, cioè per il suo atteggiamento nei confronti della vita. Il volontariato dovrebbe essere un compagno delle istituzioni che apre costantemente a ciò che non c’è, con l’atteggiamento di chi sa che quello che non c’è sarà bello, che il bello deve ancora venire.

Mentre qual è l’ultimo livello di cambiamento?

È il cambiamento economico. Mi sembra evidente che siamo di fronte ad un rischio di collasso, o probabilmente siamo già dentro il collasso. Noi perderemo il 10% del PIL, una crisi tre volte più vasta di quella del 2008, in cui si è perso il 3% a livello mondiale. In Italia, una società bloccata dal punto di vista dell’ascensore sociale e già spaccata in due (Nord e Sud), cosa succederà nelle dinamiche materiali? Anche in tal caso può esserci una deriva che alimenta le situazioni pericolose o patologiche, oppure potremo avere un passaggio più forte di cambiamento di paradigma. E allora potremmo costruire nuove forme di economia più partecipata, più equa, più giusta, dove vediamo meno produzioneconsumo e più generazione del valore. Un movimento generativo simile a quello che ha portato alla nascita del Terzo settore, negli anni ’60-70 del secolo scorso, ma che oggi non può essere più identificato solo con esso: un movimento che deve tenere dentro anche tutti gli altri attori di cui parlavo in un insieme in cui volontariato e Terzo settore possono essere, grazie alla loro esperienza, il lievito buono.

E quale obiettivo principale dovrebbe porsi questo movimento?

Penso che oggi, il vero spazio politico, economico, culturale in cui tutto ciò si possa giocare siano i beni comuni – dall’acqua alla scuola, dal welfare alla cultura, dall’ambiente ai trasporti, dalla connettività all’arte – poiché essi sono contemporaneamente luoghi di socialità, luoghi di economia, ma anche luoghi patrimonio, e non solo di conto economico. E qui il suggerimento che do al volontariato è di concentrarsi di più sul proprio patrimonio, non sulle attività: patrimonio materiale, immateriale, filosofico, di significato. Abbiamo bisogno di una classe dirigente che sappia cosa sia il patrimonio, un concetto che invita a pensare cosa lascerai; non è solo un problema di passaggio di ruoli, ma qualcosa di più profondo, bello, sfidante.

Se il volontariato oggi concretamente dovesse domandarsi da cosa ripartire per accompagnare questi cambiamenti, quali punti di forza suggerirebbe?

Sarebbe bello, ad esempio, che potesse guardare al volontariato spontaneo mobilitatosi dal nulla in questo periodo con affetto, cura, gioia, riconoscenza perché dovrebbe ricordargli la sua infanzia e, guardando a quell’ingenuità, potesse diventarne il genitore. Certo, significa aprire il potere, e non solo l’operatività, agli altri, a questi giovani; riacquistare autorità mettendo a disposizione il potere, e quindi le decisioni, gli orientamenti, le gerarchie. Se vogliamo andare sugli oggetti concreti di lavoro, ricordo che a Bergamo sono morti 5.000 anziani nelle case di riposo; significa che tale modello va superato, come sono stati superati gli ospedali psichiatrici nel ‘900. Chiediamoci se il volontariato possa contribuire all’apertura di un dibattito serio per superare questo modello, cioè l’idea che noi confiniamo in un luogo separato un’intera generazione. Chiediamoci se, prima ancora di una progettazione, c’è una visione rispetto ad un fatto innegabile, di tale portata, che già oggi rischia di essere rimosso. E ancora: chiediamoci se siamo in grado di prendere sul serio il fatto che i ragazzini hanno fatto i volontari oggi e aprire un dibattito con la scuola. Il volontariato può entrare nel dibattito su ciò che significa oggi riaprire la scuola, e avere una visione sul ripensamento del ciclo scolastico.

Come evitare, una volta terminata la spinta dell’emergenza, di cadere nel deserto della consumazione totale data dalla consuetudine?

Io spero che in questo caso non si giunga a tale deserto, poiché ciò significherebbe oggi la scomparsa stessa del genere umano. Io chiedo: perché non ci mettiamo di più quotidianamente a rischio? Perché il volontariato non si mette quotidianamente in una posizione di rischio? In questa situazione abbiamo fatto l’esperienza del rischio, lo abbiamo vissuto sulla pelle e si è generata vita. Perché il rischio ti fa cercare qualcuno, perché ti fa porre una domanda, perché ti fa sentire la paura, perché senti i sentimenti. E la vita senza rischio muore.

di Paola Springhetti, CSV Lazio
Johnny Dotti, vive da più di trent’anni in una comunità di famiglie a Carobbio degli Angeli (BG). Pedagogista e imprenditore sociale, è oggi presidente di “é-one abitare generativo” e amministratore delegato di “ON” impresa sociale.

Tra gli ultimi scritti di Jonny Dotti segnaliamo:
“Buono è Giusto” con M. Regosa, Luca Sossella Editore, 2015
“Con: dividere”, Luca Sossella Editore, 2018
“L’Italia di tutti” con A. Rapaccini, Edizioni Vita e Pensiero, 2019.

(articolo tratto da Vdossier numero 1 2020)

Superbonus anche per il Terzo settore

Anche le Organizzazioni di Volontariato, Associazioni di promozione sociale, Onlus e Associazioni sportive dilettantistiche possono accedere al superbonus del 110% per le spese di ristrutturazione.

È quanto stabilito dal nuovo articolo 119 del Decreto rilancio.

La detrazione – da ripartire in 5 quote annuali di pari importo, entro i limiti di capienza dell’imposta annua derivante dalla dichiarazione dei redditi – sarà applicata agli interventi di miglioramento dell’efficienza energetica e di riduzione del rischio sismico per interventi effettuati dal 1 luglio 2020 fino al 31 dicembre 2021.

Tra le novità introdotte, è prevista la possibilità, al posto della fruizione diretta della detrazione, di optare per un contributo anticipato sotto forma di sconto dai fornitori dei beni o servizi (sconto in fattura) o per la cessione del credito corrispondente alla detrazione spettante.

Gli interventi principali per i quali è possibile godere del Superbonus sono:

  • Interventi di isolamento termico sugli involucri.
  • Sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale sulle parti comuni.
  • Interventi antisismici

Oltre agli interventi trainanti sopra elencati, rientrano nel Superbonus anche le spese per interventi eseguiti insieme ad almeno uno degli interventi principali di isolamento termico, di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale o di riduzione del rischio sismico.

Si tratta di:

  • Interventi di efficientamento energetico.
  • Installazione di impianti solari fotovoltaici.
  • Infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici.

Per maggiori informazioni è possibile consultare la Guida dell’Agenzia delle Entrate

La Terza Milano. @ VOCE

La Terza Milano. @ VOCE
Online exhibition

Giovedì 11 giugno ore 17.00

VOCE presenta “La Terza Milano. @ VOCE” in occasione della Civil Week Lab: una mostra fotografica online per raccontare l’impegno civico dei milanesi.

Ogni settimana, attraverso le bellissime immagini di Marco Garofalo, sveleremo le storie, i gesti, e i luoghi in cui si esprime la Milano solidale e la partecipazione attiva dei cittadini nel costruire il futuro della propria comunità.

On line a partire da giovedì su www.voce.milano.it/la-terza-milano

È possibile seguire gli eventi della Civil Week Lab giovedì 11 e venerdì 12 giugno sui canali social di Corriere Buone Notizie e Civil Week.

Sette sfide per ripensare la comunità che vogliamo essere

Ai cittadini è stato chiesto (e imposto con doverose norme restrittive) il cosiddetto “distanziamento sociale” utile per preservare la salute di tutti. In realtà abbiamo capito che, se da un lato occorre tutelare il “distanziamento fisico” ai fini sanitari, dall’altro occorre potenziare l’”avvicinamento sociale”, la “prossimità” tra le persone per irrobustire (e talvolta ricostruire) i legami sociali nella comunità locale e nelle microcomunità dei quartieri e degli isolati perché in questi mesi sono state messe a dura prova. Siamo persone singole, che si nutrono e vivono nella dimensione comunitaria e che è necessaria e vitale per tutti.

Diverse persone hanno sostenuto che nel prossimo futuro nulla sarà come prima, altri più cinicamente hanno pronosticato che non cambieremo poi molto. Credo invece che, a fronte delle tre emergenze sanitaria, economica e sociale che stiamo vivendo contemporaneamente, abbiamo la possibilità di ripensare (e quindi riprogettare) quale comunità vogliamo essere.
È una grande opportunità quella che abbiamo perché molti singoli, famiglie, quartieri, città, regioni e perfino nazioni hanno capito che nessuno può pensare di salvarsi da solo.
È un’operazione a forte valenza democratica perché, per essere affrontata, non può essere delegata solo a qualcuno, ma necessita la raccolta di tutti i cittadini di buona volontà e le organizzazioni da loro costituite (associazioni, cooperative, fondazioni, …), in una sorta di “chiamata partecipativa” alla costruzione del bene comune superando appartenenze, ideologie, primogeniture.

Insieme a queste organizzazioni di cittadini, gli enti pubblici devono esercitare il proprio ruolo di supporto nel governo della regia istituzionale e le imprese private devono sempre più praticare la propria funzione economica nella dimensione della responsabilità sociale.
Solo il sapiente gioco di squadra tra primo, secondo e terzo settore permetterà il coinvolgimento attivo e responsabile anche dei singoli cittadini, liberando così energie e creatività. La strategia deve essere quella di “essere estrattivi” nel senso di tirar fuori il meglio dai vari mondi a favore della comunità intera e di essere innovativi nella dimensione della sostenibilità in carenza di risorse.

Il volontariato milanese ancora una volta è stato presente e, nonostante le difficoltà, non si è tirato indietro: da una ricerca condotta dai CSV lombardi in corso di ultimazione ben il 55% del campione degli Enti di Terzo settore del territorio metropolitano ha organizzato attività specifiche in risposta all’emergenza, il 26% continuando le proprie attività ordinarie e il 74% aggiungendo o facendo attività nuove; solo il 21% ha interrotto le proprie attività.
Come abbiamo raccontato negli articoli del sito le attività sono state realizzate in autonomia, ma soprattutto in collaborazione con i Comuni, altre Associazioni, Parrocchie, Protezione Civile, ATS e anche con i CSV e le Imprese produttive e commerciali.
A fronte di questa ricchezza di presenza, ora il volontariato e tutto il Terzo settore, nella conclamata “società del rischio”, deve cominciare a darsi alcune piste di lavoro per la ripresa post crisi sanitaria ed economica rivendicando il proprio ruolo essenziale di “autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” previsto dall’articolo 118 della Costituzione, ma anche nei processi di collaborazione con le istituzioni (e le imprese) nella definizione delle politiche locali.

In queste giornate ho raccolto numerosi stimoli nel dibattito interno a CSV Milano ed esterno, grazie ai quali inizio a suggerire alcune sfide e relative prime proposte da approfondire, utili per guardare al domani:

  • sempre dalla citata ricerca la principale problematica che gli ETS hanno rilevato nella cittadinanza è la solitudine di tante persone, non solo anziane. La socialità è un bene primario che va ancor più riconosciuto, facilitato e valorizzato. È uno dei collanti della comunità perché fruito collettivamente e non solo individualmente. Dobbiamo essere sempre più consapevoli dell’importanza non secondaria nella costruzione della coesione sociale, indispensabile nel costruire fiducia, relazioni e legami tra le persone (e tra queste e le istituzioni). Nel ricucire socialità siamo quindi costruttori di democrazia;
  • le problematiche rilevate, a seguire con maggior frequenza, sono l’aumento della povertà, la difficoltà nella gestione domestica e finanziaria, l’insorgenza di casi di depressione. In una società più coesa deve essere posto al centro il garantire l’inclusione di soggetti deboli cercando di ridurre le diseguaglianze. Occorre trovare rinnovate forme di intervento per essere vicini, prestare attenzione e cura ai più deboli che possono essere doppiamente esposti ai rischi sanitari, perché spesso meno informati e più isolati: i senza fissa dimora, gli immigrati, anziani, disabili, malati psichiatrici, carcerati, … Vanno investite risorse progettuali, economiche e materiali per non lasciare indietro nessuno;
  • la principale difficoltà incontrata in questi mesi segnalata dagli ETS nell’indagine è la carenza o mancanza di volontari a causa dell’impossibilità di impiegare i più anziani. In realtà la diponibilità di giovani e adulti è stata rilevante: solo nella città di Milano oltre 1.200 cittadini si sono proposti spontaneamente al Comune e CSV ha raccolto oltre 500 candidature nelle call aperte ad hoc a favore di 13 associazioni nell’ambito della piattaforma Volontari Energia per Milano. Il senso civile e solidale nella città metropolitana c’è, abbondante. Quello che dobbiamo imparare è come avvicinare queste disponibilità, come accompagnarle e sostenerle, come organizzarle rispettando interessi, tempi e caratteristiche peculiari. È una grande sfida per le organizzazioni accogliere il volontariato individuale per sua natura fluido e mobile;
  • il 50% dei soggetti rispondenti prevede la diminuzione delle entrate maggiore del 50%; il 42% ha convenzioni con enti pubblici, il 36% ha tutte le proprie attività in convenzione o accreditamento. In queste settimane sono apparse più in difficoltà le organizzazioni che hanno “monocomittenze”. Forse dovremmo accrescere la capacità di essere non solo multistakeholder ma anche avere una forte diversificazione delle entrate: non solo entrate pubbliche, non solo donazioni o contributi dai soci, non solo entrate da enti filantropici o dal mercato privato, ma un sano mix in modo tale da non essere dipendenti da uno o pochi soggetti e quindi essere meno vulnerabili se uno di questi va, per mille motivi, in crisi. Servirebbero anche forme contrattuali con gli enti pubblici non basati sulla mera prestazione, che espone al rischio di lavoro saltuario, ma su una progettualità sociale a tutto tondo;
  • gli Enti di Terzo Settore hanno ancor più sperimentato l’importanza del radicamento territoriale, l’essere punto di riferimento locale, e quindi essere riconosciuti dai cittadini per la propria peculiare azione. Solo grazie a questo sarà possibile coinvolgere i soggetti imprenditoriali e commerciali locali in progetti di valorizzazione delle loro expertise, le fondazioni di erogazione che dovrebbero sempre più sostenere l’impegno continuativo ed evolutivo delle organizzazioni e meno i singoli progetti volatili, e le istituzioni pubbliche. A questo proposito ricordo che il D.Lgs 117/17 Codice del Terzo settore esplicita nell’articolo 55 che le amministrazioni pubbliche assicurano il coinvolgimento attivo degli enti del Terzo settore attraverso forme di co-progettazione, non solo nell’ambito storico della programmazione sociale di zona (L.328/00) ma in tutti i settori di attività di interesse generale del Terzo settore (immaginiamo quale potenzialità di partecipazione nella definizione di piani ambientali, culturali, sanitari, …);
  • dovremmo definitivamente superare il digital divide che zavorra il Terzo settore. Il limite si è evidenziato in modo conclamato: difficoltà ad avviare procedure di lavoro da remoto perché ordinariamente non disponibili archivi in cloud, mancanza di connessioni veloci, strumentazioni, periferiche mobili e software dedicati, edifici senza sistemi di domotica avanzata, inefficienze dei sistemi energetici e climatici, … Ma soprattutto manca la cultura e l’esperienza che molte attività si possono realizzare anche a distanza con lo scopo di raggiungere più persone (formazione online, ma anche concerti e conferenze) o incontrarsi riducendo costi e tempi di spostamento (chiamate audio e video multiutenti), avere economie di scala e maggiore sostenibilità energetica. Diverse organizzazioni hanno cercato in questi giorni soluzioni tampone, ma occorrerà un investimento massiccio sia progettuale che di sviluppo organizzativo per rendere moderno il privato sociale;
  • dovremmo ripensare le nostre governance democratiche rendendole più snelle ed efficaci, capaci di prendere decisioni in tempi brevi ma anche in modo collegiale, garantendo i periodici ricambi, considerando i giovani, che sempre più si stanno affacciando nei diversi Enti del Terzo settore: le giovani generazioni hanno un approccio meno ideologico, più pragmatico e cercano di coniugare con equilibrio idealità (valori), risorse (umane ed economiche), impegno condiviso (cooperare) e tecnologia. Serviranno inoltre organizzazioni del lavoro più flessibili in cui il lavoro agile, laddove possibile, è la norma, perché impostate sui risultati più che non sulla presenza oraria.

In questo scenario e con queste possibili prospettive, quale ruolo per i Centri di Servizio al Volontariato? Sempre nella ricerca citata alla domanda “da ora in avanti, sia rispetto all’emergenza che nell’ordinario, quale tipo di supporto ritieni più urgente richiedere al CSV?” le risposte in ordine di priorità sono state: riflessioni e proposte su come il volontariato si trasformerà nel prossimo futuro, consulenza su normativa in generale e specifici decreti sull’emergenza, supporto al fundraising, ricerca di nuovi volontari, consulenza su sicurezza dei volontari (assicurazioni, gestione rischi e paure ecc.), facilitazione delle relazioni con amministrazioni pubbliche per progetti comuni, reperimento dispositivi di sicurezza, eventi di promozione della cultura del volontariato e della cittadinanza attiva, facilitazione della relazione con altri ETS per progetti comuni, consulenza su ri-programmazione e ri-progettazione delle attività, diffusione di notizie e appelli attraverso sito web, social network, newsletter ecc., formazione su gestione piattaforme on line e attività in remoto, formazione per volontari già attivi e per nuovi volontari, facilitazione della relazione con imprese per progetti comuni.

Sia la ricerca che le diverse interlocuzioni di questi mesi con moltissimi volontari e dirigenti ci restituiscono la conferma che il nostro ruolo è stare a fianco del volontariato milanese sostenendolo nel proprio agire, nel rispondere alle sette sfide prima descritte, e quindi soprattutto nell’intraprendere processi di sviluppo organizzativo e territoriale. Questo crediamo sarà possibile grazie all’offerta di supporti infrastrutturali e opportunità di servizi di qualità e flessibili, ma in modo particolare nel favorire connessioni e alleanze con i soggetti dei diversi mondi per assumere esigenze e progettualità comuni.
È una prospettiva collaborativa, evocata anche dallo scrittore Enrico Brizzi: “Non so se andrà tutto bene, né se l’emergenza ci restituirà in qualche modo migliori alla vita civile, ma d’una cosa son certo: la differenza tra un popolo e un ammasso di gente sta nella capacità di declinare il pensiero al plurale, silenziando l’io per dar voce al noi”.

Marco Pietripaoli, Direttore Ciessevi Milano

Terzo Settore e incentivi per la riqualificazione energetica degli edifici.

Inserire fra le misure post-emergenza COVID-19 interventi a sostegno dei soggetti più fragili e, in particolare, contro la povertà energetica per ridurre i consumi, la spesa per le bollette e migliorare la qualità abitativa.

È quanto chiedono in un documento congiunto ENEA e Fratello Sole, proponendo di estendere anche al Terzo Settore l’accesso agli incentivi per la riqualificazione energetica degli edifici adibiti ad attività ad alto impatto sociale come leva strategica con forti ricadute sociali, economiche, ambientali e di occupazione.

A giudizio di ENEA e Fratello Sole, infatti, rimuovere le barriere all’utilizzo degli incentivi consentirebbe non soltanto di diminuire i costi di gestione delle attività non profit – siano esse di enti del terzo settore che di Enti religiosi impegnati in attività sociali e caritative- ma anche di produrre positivi effetti ambientali e di migliorare la fruizione delle strutture, il comfort e l’utilizzo degli spazi da parte delle persone ospitate, e di generare lavoro nel settore edile e impiantistico nella fase di ripartenza post-coronavirus.

La proposta, articolata in sei punti, oltre alla possibilità esplicita di usufruire delle detrazioni per gli enti del Terzo Settore, prevede:

  • l’ampliamento di calcolo per la detrazione Bonus Energetico e Sismico ai metri cubi (340) valore medio italiano, in aggiunta opzionale al numero delle unità immobiliari;
  • l’apertura agli enti del terzo settore e in genere alle opere sociali, alla garanzia del Fondo nazionale di Efficienza Energetica o costituzione di un apposito strumento;
  • la conferma dell’inclusione di tali enti tra i soggetti beneficiari delle detrazioni per interventi di ristrutturazione edilizia e di riduzione del rischio sismico;
  • l’ammissibilità della cessione del credito fiscale derivante da interventi di ristrutturazione edilizia, a favore dei fornitori o di altri soggetti collegati che hanno contribuito all’intervento di riqualificazione edilizia.

A supporto dell’iniziativa si sono già espressi numerosi esponenti del terzo settore e del mondo religioso che gestiscono opere sociali o educative, tra cui Stefano Tabò, presidente di CSVnet, il Centro Servizi Volontariato: “Il mondo del volontariato in Italia è il volto del nostro paese: accogliente e generoso: di sicuro servono norme che sostengano la forte volontà di cambiamento che stiamo vivendo, norme che garantiscano la continuità di questa ricchezza umana, di questo capitale sociale che ci caratterizza”.

Leggi il comunicato stampa

Guardando al futuro. Il Terzo settore del dopo Covid-19

Guardare avanti è la parola d’ordine di ora. Guardare avanti perché ancora non siamo “fuori dal guado” e serve energia positiva e costruttiva per non vanificare la fatica che abbiamo fatto fin qui per lottare contro questo virus. Guardare avanti perché la strada è ancora lunga e dovremo imparare a convivere con un’alternanza di picchi di infezione, con relative restrizioni sociali, e rallentamenti dei contagi con allentamenti del contenimento. Ma soprattutto guardare avanti perché niente sarà più come prima.

Giuliano Ferrara qualche giorno fa diceva che non concorda con chi considera questa situazione una opportunità di catarsi, di miglioramento della società a trecentosessanta gradi, perché a lui va già benissimo così come è: trova che il mondo di oggi gli corrisponda perfettamente. Ma qui non si tratta di giudicare quello che avevamo e pensare di tornarci ripristinando un equilibrio da non compromettere: l’equilibrio è già stato scardinato e si tratta di capire cosa ne consegue.

C’è una società nuova, da comprendere e accompagnare verso un modo nuovo di stare insieme. Ci sono nuove fragilità da individuare, ci sono nuovi poveri, con volti, caratteristiche, esigenze, linguaggi per ora sconosciuti. Nuovi problemi: sanitari, economici, sociali, che dovranno essere incontrati, compresi, gestiti da tutti: primo, secondo e terzo settore insieme. Oggi è il momento di concentrare l’azione sulla gestione della pandemia, ma anche orientare il pensiero verso la progettazione della ripartenza.

I CSV sono stati confermati, dalla riforma del Terzo settore quali “agenti di sviluppo del territorio”: in grado di tessere relazioni virtuose tra diversi soggetti per far nascere risposte efficaci ai bisogni delle comunità. CSV Milano, forte di questa rinnovata investitura legislativa, durante questa emergenza legata alla pandemia sta cercando di assumere questo ruolo di cerniera. Nel progetto #Italiakiama, nato da un’idea di Young Digitals per Kia Motors insieme a Supermercati24, il Centro di servizi per il volontariato Città metropolitana di Milano ha affiancato al mondo profit l’amministrazione pubblica (i comuni di Milano e di Opera) e il Terzo settore (Fondazione progetto Arca Onlus, Uildm sezione di Milano e Arci Milano e i loro partner in Aiutarci) in un gioco di squadra virtuoso per i fragili delle due città.

È solo un esempio, l’ultimo di una lunga serie di azioni che, anche in questo periodo, vede CSV Milano facilitare il dialogo e la connessione tra mondi differenti, uniti, attraverso il Centro, nel dare risposte immediate ed efficaci ai bisogni del momento: spesa a casa per anziani e persone con disabilità, volontari per le associazioni che stanno operando, recupero delle materie prime di esercizi commerciali chiusi, rimodulazione delle attività di formazione e consulenza attraverso l’utilizzo di nuovi strumenti on-line.

È con questa esperienza nel favorire le collaborazioni, con questa modalità di agire in sinergia con le potenzialità dei territori, con questa capacità di essere corpi intermedi tra diversi altri attori, che CSV Milano sta guardando avanti, forte del sostegno di tutti coloro che gli consentono di esserci per poter agire il proprio ruolo. Fondazione Cariplo e Fondazione Banca del Monte di Lombardia, con il loro impegno economico unico e insostituibile nel sostenere i Centri di servizio lombardi, possono trovare nei CSV una spalla fondamentale nella ricucitura delle fratture che questo momento traumatico sta generando. Insieme, uno accanto all’altro, fondazioni di origine bancaria, fondazioni comunitarie, Forum Terzo settore e Centri di servizio per il volontariato possono rappresentare un’alleanza vincente nel riprogettare, insieme alle istituzioni, nuove e rinnovate comunità.

E allora rimbocchiamoci le maniche, e guardiamo avanti insieme.

Per aggiornamenti, notizie, indicazioni su cosa fare e come aiutare vai alla rubrica Emergenza Coronavirus

Il cantiere di VOCE a Striscia la notizia

È andata in onda sabato 4 aprile su Striscia la Notizia, nell’ambito della rubrica “Occhio al futuro, quando industria e ambiente convivono”, l’intervista di Cristina Gabetti a Fabio Gerosa, presidente di Fratello Sole, uno dei partner strategici del progetto VOCE.

E proprio nel cantiere di VOCE è stata registrata alcune settimane fa l’intervista.

La rubrica, in onda su Striscia la Notizia dal 2014, nasce per raccontare idee e tecnologie innovative in grado di migliorare il futuro delle nostre comunità, avendo come primo riferimento i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU.

Fratello Sole è stato chiamato a partecipare portando la sua esperienza unica nel panorama italiano. A partire dal progetto di VOCE Fabio Gerosa ha raccontato in che cosa consiste l’attività di Fratello Sole, qual è il suo metodo di lavoro e il valore aggiunto che offre ai suoi soci.

Un’occasione davvero unica per parlare di transizione energetica per il Terzo Settore a un pubblico enorme e, allo stesso tempo, comunicare il valore della partnership del progetto VOCE: sono oltre 5.500.000 gli spettatori che ogni giorno seguono il programma di Antonio Ricci.

Guarda l’intervista completa

Coronavirus: gli anziani disabili vittime innocenti

Quella delle persone anziane con disabilità e fragilità è un’emergenza nell’emergenza.
Un dramma silenzioso che ogni giorno ha un prezzo altissimo: sono davvero tanti gli anziani disabili che sono morti e continuano a morire soli nelle loro case o nelle case di riposo senza poter avere accesso alle cure necessarie.

E chi è loro vicino, parenti e operatori sociosanitari, non può fare nulla, se non assistere impotente a questa grande, enorme ingiustizia.

Per questo condividiamo con convinzione e pubblichiamo di seguito l’appello lanciato dal Forum Terzo Settore Lombardia, Ledha, Uneba Lombardia, Alleanza Cooperative Italiane-Welfare Lombardia.

«Questa volta gli innocenti non sono bambini, ma persone anziane con disabilità. Ma muoiono lo stesso, a centinaia. Tanti a casa a loro, molti di più nelle residenze socio-sanitarie regionali. Sono le persone con disabilità e fragilità, soprattutto anziane ma non solo, a cui in queste settimane è stata negata ogni forma elementare di difesa dal Covid19 e che ora stanno pagando con la vita questa negligenza.

A queste persone, infatti, una volta contratta la malattia, viene negato l’accesso ai pronto soccorso e agli ospedali, lasciandole morire nei loro letti. Muoiono nelle case o nei servizi residenziali, senza poter avere accesso a tutte le cure a cui vengono invece sottoposte le persone che riescono ad essere ricoverate. Viene attuato così, in modo silenzioso, quanto già previsto dalle “linee guida” degli anestesisti italiani: di fronte alla carenza di posti letto in terapia intensiva viene data la precedenza alle persone giovani e senz’altre patologie rispetto a quelle anziane con patologie pregresse.

Le persone che li assistono, si tratti di parenti o di operatori sociosanitari, rimangono ancora sprovvisti delle mascherine e dei dispositivi di protezione necessari per evitare di contagiare e di essere contagiati. Anche nella distribuzione “pubblica” dei DPI, infatti, sono state privilegiate, sinora, le strutture sanitarie rispetto a quelle sociosanitarie.

Sono persone che muoiono nel silenzio: spesso non rientrano neanche nel conteggio dei “decessi per Covid19” perché a loro è stato negato anche il diritto alla diagnosi, prima ancora che al trattamento e alla cura, come già alcuni sindaci stanno denunciando. Persone che, si dice, “sarebbero morte lo stesso” e che invece, lo sappiamo e lo dicono anche le statistiche, se curate in modo adeguato avrebbero potuto continuare a vivere chi per uno, chi per due, chi per dieci o vent’anni.

Non vi è nulla di naturale in questa scelta crudele di sacrificare le persone più fragili, illudendosi così di salvare quelle più forti. Con le loro vite stiamo sacrificando anche la nostra dignità, la dignità di ognuno di noi. Per alcuni, per molti di loro, siamo ancora in tempo a cambiare rotta. Facciamolo!

Forniamo subito agli enti gestori tutti i presidi di protezione, i medici, i farmaci necessari per garantire diagnosi e cure tempestive. Permettiamo alle persone con disabilità di qualunque età di poter accedere, almeno in condizioni di parità rispetto al resto della popolazione, alle terapie intensive quando utile e necessario.

Non neghiamo a nessuno la speranza e la possibilità di poter guarire e vivere”.

WELFARE CHE IMPRESA!: il bando per le Start up sociali al servizio della comunità

Il concorso Welfare che impresa!, giunto alla quarta edizione, nasce per supportare progetti di welfare di comunità promossi da start up sociali in grado di produrre benefici in termini di sviluppo locale.

In particolare vuole sostenere e promuovere iniziative di imprenditorialità giovanile in grado di attivare reti multistakeholder, capaci di produrre benefici concreti per la comunità, e alimentare una progettualità orientata alla generazione di impatto sociale e alla sua misurazione.

Il primo progetto classificato vincerà 40.000 euro a fondo perduto, il secondo, terzo e quarto classificato 20.000 euro.
Potranno inoltre accedere ad un finanziamento a tasso zero erogato da UBI Comunità fino a 50.000 Euro con conto corrente gratuito
per 36 mesi.

La scadenza per presentare i progetti è il 20 aprile.

Vai al bando su: www.welfarecheimpresa.ideatre60.it
Guarda il video di presentazione

Fondazione Cariplo: 2 milioni di euro al non profit per affrontare l’emergenza Coronavirus

Fondazione Cariplo, uno dei principali partner di VOCE, ha deciso di attivare un fondo di 2 milioni di euro per sostenere gli enti non profit ad attivare risposte straordinarie per le persone in difficoltà, e contenere i contraccolpi economici legati ai mancati introiti.

Particolarmente in difficoltà sono gli Enti del Terzo Settore che gestiscono servizi e attività come asili nido, scuole materne, centri per anziani e attività culturali e di socializzazione.
Le risorse saranno anche destinate a sostenere iniziative emergenziali che sostengono l’attivazione di servizi di prossimità a supporto della domiciliarità “forzata” delle persone fragili.

Come ha dichiarato il presidente di Fondazione Cariplo Giovanni Fosti “Al fianco delle imprese in difficoltà in questo periodo, ci sono anche moltissime realtà non profit e organizzazioni di volontariato che stanno vivendo gravi disagi. Quello che ci sembra assolutamente urgente è aggregare risorse e promuovere attenzione nei confronti di quelle organizzazioni, associazioni ed enti che forniscono servizi alle famiglie o contribuiscono in modo fondamentale nella gestione dei luoghi di cultura, come teatri o musei. Il fondo approvato dal nostro Cda è una prima iniziativa aperta alla partecipazione di altri soggetti: si tratta di un punto di partenza su cui far convergere anche le risorse di chi vorrà unirsi a noi, collaborando con le istituzioni e le fondazioni di comunità”.

Le Fondazioni di Comunità hanno un ruolo centrale: quelle di Lodi e di Bergamo hanno annunciato a loro volta l’avvio di iniziative e di fondi speciali a cui Fondazione Cariplo darà il proprio apporto.

Scopri di più su www.fondazionecariplo.it