La Thinkathon Online Challenge è un’iniziativa promossa dall’Unione Europea, in collaborazione con ThinkYoung, Goethe-Institut Carrefour Jeunesse-Emploi NDG, nata con l’obiettivo di coinvolgere i ragazzi tra i 18 e i 30 anni nell’ideazione, realizzazione e diffusione di progetti che, sfruttando le grandi opportunità del digitale, possano contribuire alla partecipazione di tutti i cittadini alla vita sociale e politica dell’Unione europea, qualunque sia la loro condizione economica, il colore della pelle, la religione e l’identità di genere.

Progetti in grado di rendere la sanità pubblica inclusiva ed accessibile, di migliorare la qualità e l’accessibilità dell’istruzione, di portare la sostenibilità ambientale anche nelle comunità più emarginate.

Cinque infatti i temi di questa sfida on line:

  • Razzismo.
  • Salute.
  • Cambiamenti climatici.
  • Parità di genere.
  • Istruzione.

Per partecipare è necessario registrarsi, creare o unirsi ad un team internazionale, e presentare il progetto.
I primi 50 potranno accedere alla seconda fase e sviluppare la loro idea insieme ad un tutor.
I migliori 5 avranno accesso alla finale che si svolgerà on line il 22 gennaio 2021.

Scadenza: 1° dicembre 2020

Concluso il viaggio di VOCE nella Terza Milano

Con la pubblicazione della 30a foto si è concluso il viaggio di VOCE nella Terza Milano.

La mostra fotografica online “La Terza Milano. @ VOCE”, lanciata in occasione della Civil Week Lab del 11 e 12 giugno scorso, ha raccontato, attraverso le bellissime immagini di Marco Garofalo, l’impegno civico dei milanesi.

Le storie, i gesti, e i luoghi in cui si esprime la Milano solidale e la partecipazione attiva dei cittadini nel costruire il futuro della propria comunità.

Scopri La Terza Milano su www.voce.milano.it/la-terza-milano

Hack&Go!: l’hackaton dedicato al futuro delle nostre città

5G, loT, Smart Mobility e Smart Life sono i temi dell’Hackaton Hack&Go! organizzato da Fondazione Triulza che si svolgerà il 14 e 15 ottobre prossimi.

Un percorso di progettazione partecipata a cui parteciperanno i 50 studenti universitari che hanno passato le selezioni e che ha l’obiettivo di ripensare la sicurezza, la mobilità e la vita nel futuro delle nostre città.

In palio 6 mesi di stage presso WINDTRE e Bosch per i due team che presenteranno i migliori progetti.

La sessione di apertura del 14 ottobre sarà aperta al pubblico: una buona occasione per prepararsi a partecipare all’Hackaton 2021!

Con Hack&Go! Fondazione Triulza inizia il percorso di avvicinamento al Social Innovation Campus in MIND 2021.
Ci saremo anche noi!
Presto vi racconteremo come.

Scopri di più su: www.fondazionetriulza.org

Dotti: rifondiamo la società ma il volontariato cambi marcia

Possiamo definire la provincia di Bergamo il primo epicentro occidentale della pandemia Covid-19: le scene dei convogli militari con le bare delle vittime hanno lanciato un grido d’allarme a tutto il mondo. Un dramma umano che ha lasciato delle voragini nel suo tessuto sociale e quindi anche nel suo denso mondo associativo, portandosi via centinaia di figure che lo avevano animato per decenni. Abbiamo chiesto a Johnny Dotti, pedagogista e imprenditore sociale che conosce e vive il territorio bergamasco, di analizzare il tema della comunità alla luce
degli stravolgimenti prodotti dalla crisi sanitaria.

Quali sono i cambiamenti che attraversano le comunità oggi, ai tempi dell’emergenza sanitaria? Pensando anche al possibile ruolo del volontariato nella ripartenza, che immagine ne ha ricavato dal suo peculiare punto di osservazione di imprenditore del Terzo settore, pedagogista, ma anche di voce proveniente da un contesto fortemente colpito dalla pandemia?

Quella che abbiamo vissuto oggi è una vera catastrofe, nel senso nobile del termine: un autentico trauma. I cambiamenti di per sé rappresentano sempre una discontinuità, che poi si riesce a sostenere attraverso delle risorse, dei vissuti che già esistono e che si trasformano dentro questa discontinuità. Vorrei sottolineare il fatto che abbiamo passato questi tre mesi grazie alle comunità, che invece erano state completamente sfibrate nei trent’anni precedenti, sulla scorta del mito dell’uomo che si faceva da sé, del prototipo virtuoso dell’imprenditore. Tutta la logica consumistica individuale, cosa è stata se non la negazione degli altri? Abbiamo invece visto in questi tre mesi che la comunità esiste, che la brace c’è ancora; l’abbiamo visto in tutti, l’ho visto nei miei figli. E non solo: la regressione dell’individuo aveva messo la comunità tutta sulla posizione dell’immunità; pensiamo ai populismi, in cui la comunità si presenta sempre come immunità, e pensiamo a come è difficile mettere insieme i gruppi, anche di eguali, come quelli del volontariato. Ebbene, noi abbiamo visto al contrario in questi tre mesi che l’uomo, di fronte alla chiamata della vita, risponde ancora all’altro uomo. La trovo una cosa molto bella, ma fragile, che potrebbe essere ancora annichilita. Il limite delle catastrofi e dei traumi è che, se non vengono elaborati, l’uomo non cambia. E la storia ci insegna che, generalmente, l’uomo va verso un cambiamento regressivo, fino a quando non c’è la consumazione totale data dalla consuetudine.

Quindi, nonostante la tragedia appena passata, pensa che possa esserci la speranza di ricostruire un mondo nuovo?

Sono convinto che questo secondo trauma, dopo la crisi economica del 2008, in una serie di persone, se ci riferiamo alle logiche che seguivamo nello scorso millennio, stia aprendo delle ricerche consapevoli. Ricerche che connettono un’esigenza di maggiore pienezza, di rotondità della vita, con le forme organizzative, economiche, politiche, sociali. È ciò che mi sta narrando la vita ora: alla prima uscita di casa, dopo i tre mesi di isolamento, sono stato chiamato ad intervenire ad un seminario di un collegio di ingegneri ambientali, e lì abbiamo parlato di sogno e alleanze. La cosa mi ha colpito molto perché non sono educatori, associazioni, istituzioni religiose, psicologi; percepisco un cambiamento reale in corso che riguarda anche persone, organizzazioni, comunità, professioni che noi abbiamo sempre pensato fare altro. E non si tratta di un caso isolato, ce ne sono diversi; sono stato anche a Roma, in Vaticano, e mi piace citarlo poiché testimonia che perfino alcune istituzioni si stanno seriamente interrogando sul loro cambiamento.
Lo colgo come un segnale positivo poiché la dimensione dell’istituzione è ancora altro rispetto a quella dell’impresa, che comunque nel mondo italiano fortunatamente può essere una realtà che continua un suo percorso di approfondimento.

E quali potrebbero essere, secondo lei, questi cambiamenti?

I segnali che colgo, a mio parere, ci dicono che i cambiamenti stanno avvenendo almeno a quattro livelli. Primo: è chiaramente in atto un cambiamento sociologico. Oggi siamo dentro un cambiamento tale che ha innalzato il fattore di rischio: la “società del rischio”, citando ciò che scriveva Ulrich Beck negli anni Ottanta, oggi presenta un ulteriore passo in avanti, e l’interpretazione di questo passo in avanti dipenderà dai soggetti.

Come potremo superare il rischio di essere ossessionati da potenziali disastri ed eventi devastanti?

Se i soggetti si lasceranno condurre, nella gestione del rischio, solo dalle forme tecniche più o meno scientiste, il futuro che ci attende sarà veramente pericoloso dal punto di vista sociologico. Se invece i soggetti sono in grado, assumendo la società del rischio e vivendo nella società del rischio, di inserirvi elementi di umanità, creatività, valore, allora si apre uno spazio interessante. Il secondo livello è il cambiamento dal punto di vista antropologico. Il costrutto sull’individuo che abbiamo teorizzato e abbiamo anche fatto diventare lo storytelling degli ultimi trent’anni oggi si sta sgretolando: antropologicamente ci stiamo accorgendo con dolore Comunità post virus che non siamo semplici individui e che la società non è una somma di individui. Anche questa medaglia ha due facce. Da un lato, ciò può portare, in termini personali, a crisi di panico e, in termini sociali, ad angosce che cercano un capro espiatorio.

Per esempio quali?

Ne vediamo i segni già oggi: ad esempio, nel mio territorio non abbiamo assistito a così tante risse come nell’ultimo mese. Sono risse violente con conseguenze pesanti, che avvengono quasi sempre fuori dai bar e quasi sempre coinvolgono giovani, in cui un branco si rivolge contro una persona e lo picchia per cause banali. Non posso generalizzare, ma sono certo che la questione dell’anomia individuale, dell’individuo che non si sente più il centro del mondo e, cioè dell’io che ha percepito oggi totalmente la sua fragilità (la sua mortalità qui dalle nostre parti) può condurre a derive di tali natura, fino a pensare a risvolti estremamente pericolosi. Ricordo che, tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, ci fu la spagnola; fu l’incubatore, accanto alla crisi economica, del Fascismo e del Nazismo, cioè della crisi dei sistemi governativi. Lo dico non per spaventare ma per essere coscienti, e io credo che il volontariato debba essere cosciente: se perde la coscienza, può essere sostituito da un qualsiasi robot che effettua azioni meccaniche. Il secondo lato della medaglia è che tutto ciò può aprire alla dimensione tripartita o tridimensionale della persona, perché la persona è senso-sensazioni, sentimenti-intelletto e spirito, tutte e tre queste cose insieme. E, soprattutto, la persona è un nodo di relazioni: non si dà da sé, non è una monade persa nell’universo; la persona è un nodo integrato. Allora è interessante capire da che parte spingerà il volontariato, e non è scontato che spinga verso questa seconda direzione, quella del gusto degli altri, della condivisione dell’esperienza di sé integrata/integrale perché, se esso sta dentro il paradigma del funzionalismo e della concezione specialistica della società, spingerà senz’altro verso la prima.

Mentre il terzo livello?
Il terzo livello, è quello del cambiamento dal punto di vista spirituale. Io penso che il tempo monoteista sia finito; questo è il tempo della trinità. Noi rischiamo un irrigidimento monoteista, che è il rischio di cui parlavo prima e che vediamo in tanti dibattiti, oppure potremmo avere un’apertura spirituale, tipica tra l’altro del Cristianesimo. La trinità è apertura radicale, è io, tu ed egli, è maschio e femmina, è padre e madre, è amore infinito che si ripete soltanto dentro relazioni che hanno un senso.

E tutto questo come si combina con il fare volontariato?

Ci sono due risvolti per il volontariato. Primo, sarebbe molto bello che il volontariato cominci ad immaginare che quelli che pensava lontani, i professionisti e le imprese, non sono solo come riferimenti per fare fund-raising, non solo persone cui chiedere qualcosa per sé, ma persone con cui fare un percorso. Con gli altri si possono condividere dei percorsi veramente generativi e inediti; in fondo il volontariato è nato inedito. È figlio del non pre-costituito, del non già saputo, del provare, del mettersi a disposizione, del contribuire. Sarebbe bello che questo segnale che ho visto nel piccolo, diventasse qualcosa che ci aiuti a fare una compagnia più vasta. Secondo, rispetto alle istituzioni, siano esse religiose, pubbliche, economiche, sarebbe bello che il volontariato avesse un atteggiamento maggiormente propositivo e contributivo, che fosse percepito come una risorsa non per lo specifico che fa (l’aiuto ai disabili, ai profughi, agli anziani) e la sua funzione sociale, ma per la sua natura profonda, cioè per il suo atteggiamento nei confronti della vita. Il volontariato dovrebbe essere un compagno delle istituzioni che apre costantemente a ciò che non c’è, con l’atteggiamento di chi sa che quello che non c’è sarà bello, che il bello deve ancora venire.

Mentre qual è l’ultimo livello di cambiamento?

È il cambiamento economico. Mi sembra evidente che siamo di fronte ad un rischio di collasso, o probabilmente siamo già dentro il collasso. Noi perderemo il 10% del PIL, una crisi tre volte più vasta di quella del 2008, in cui si è perso il 3% a livello mondiale. In Italia, una società bloccata dal punto di vista dell’ascensore sociale e già spaccata in due (Nord e Sud), cosa succederà nelle dinamiche materiali? Anche in tal caso può esserci una deriva che alimenta le situazioni pericolose o patologiche, oppure potremo avere un passaggio più forte di cambiamento di paradigma. E allora potremmo costruire nuove forme di economia più partecipata, più equa, più giusta, dove vediamo meno produzioneconsumo e più generazione del valore. Un movimento generativo simile a quello che ha portato alla nascita del Terzo settore, negli anni ’60-70 del secolo scorso, ma che oggi non può essere più identificato solo con esso: un movimento che deve tenere dentro anche tutti gli altri attori di cui parlavo in un insieme in cui volontariato e Terzo settore possono essere, grazie alla loro esperienza, il lievito buono.

E quale obiettivo principale dovrebbe porsi questo movimento?

Penso che oggi, il vero spazio politico, economico, culturale in cui tutto ciò si possa giocare siano i beni comuni – dall’acqua alla scuola, dal welfare alla cultura, dall’ambiente ai trasporti, dalla connettività all’arte – poiché essi sono contemporaneamente luoghi di socialità, luoghi di economia, ma anche luoghi patrimonio, e non solo di conto economico. E qui il suggerimento che do al volontariato è di concentrarsi di più sul proprio patrimonio, non sulle attività: patrimonio materiale, immateriale, filosofico, di significato. Abbiamo bisogno di una classe dirigente che sappia cosa sia il patrimonio, un concetto che invita a pensare cosa lascerai; non è solo un problema di passaggio di ruoli, ma qualcosa di più profondo, bello, sfidante.

Se il volontariato oggi concretamente dovesse domandarsi da cosa ripartire per accompagnare questi cambiamenti, quali punti di forza suggerirebbe?

Sarebbe bello, ad esempio, che potesse guardare al volontariato spontaneo mobilitatosi dal nulla in questo periodo con affetto, cura, gioia, riconoscenza perché dovrebbe ricordargli la sua infanzia e, guardando a quell’ingenuità, potesse diventarne il genitore. Certo, significa aprire il potere, e non solo l’operatività, agli altri, a questi giovani; riacquistare autorità mettendo a disposizione il potere, e quindi le decisioni, gli orientamenti, le gerarchie. Se vogliamo andare sugli oggetti concreti di lavoro, ricordo che a Bergamo sono morti 5.000 anziani nelle case di riposo; significa che tale modello va superato, come sono stati superati gli ospedali psichiatrici nel ‘900. Chiediamoci se il volontariato possa contribuire all’apertura di un dibattito serio per superare questo modello, cioè l’idea che noi confiniamo in un luogo separato un’intera generazione. Chiediamoci se, prima ancora di una progettazione, c’è una visione rispetto ad un fatto innegabile, di tale portata, che già oggi rischia di essere rimosso. E ancora: chiediamoci se siamo in grado di prendere sul serio il fatto che i ragazzini hanno fatto i volontari oggi e aprire un dibattito con la scuola. Il volontariato può entrare nel dibattito su ciò che significa oggi riaprire la scuola, e avere una visione sul ripensamento del ciclo scolastico.

Come evitare, una volta terminata la spinta dell’emergenza, di cadere nel deserto della consumazione totale data dalla consuetudine?

Io spero che in questo caso non si giunga a tale deserto, poiché ciò significherebbe oggi la scomparsa stessa del genere umano. Io chiedo: perché non ci mettiamo di più quotidianamente a rischio? Perché il volontariato non si mette quotidianamente in una posizione di rischio? In questa situazione abbiamo fatto l’esperienza del rischio, lo abbiamo vissuto sulla pelle e si è generata vita. Perché il rischio ti fa cercare qualcuno, perché ti fa porre una domanda, perché ti fa sentire la paura, perché senti i sentimenti. E la vita senza rischio muore.

di Paola Springhetti, CSV Lazio
Johnny Dotti, vive da più di trent’anni in una comunità di famiglie a Carobbio degli Angeli (BG). Pedagogista e imprenditore sociale, è oggi presidente di “é-one abitare generativo” e amministratore delegato di “ON” impresa sociale.

Tra gli ultimi scritti di Jonny Dotti segnaliamo:
“Buono è Giusto” con M. Regosa, Luca Sossella Editore, 2015
“Con: dividere”, Luca Sossella Editore, 2018
“L’Italia di tutti” con A. Rapaccini, Edizioni Vita e Pensiero, 2019.

(articolo tratto da Vdossier numero 1 2020)

Superbonus anche per il Terzo settore

Anche le Organizzazioni di Volontariato, Associazioni di promozione sociale, Onlus e Associazioni sportive dilettantistiche possono accedere al superbonus del 110% per le spese di ristrutturazione.

È quanto stabilito dal nuovo articolo 119 del Decreto rilancio.

La detrazione – da ripartire in 5 quote annuali di pari importo, entro i limiti di capienza dell’imposta annua derivante dalla dichiarazione dei redditi – sarà applicata agli interventi di miglioramento dell’efficienza energetica e di riduzione del rischio sismico per interventi effettuati dal 1 luglio 2020 fino al 31 dicembre 2021.

Tra le novità introdotte, è prevista la possibilità, al posto della fruizione diretta della detrazione, di optare per un contributo anticipato sotto forma di sconto dai fornitori dei beni o servizi (sconto in fattura) o per la cessione del credito corrispondente alla detrazione spettante.

Gli interventi principali per i quali è possibile godere del Superbonus sono:

  • Interventi di isolamento termico sugli involucri.
  • Sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale sulle parti comuni.
  • Interventi antisismici

Oltre agli interventi trainanti sopra elencati, rientrano nel Superbonus anche le spese per interventi eseguiti insieme ad almeno uno degli interventi principali di isolamento termico, di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale o di riduzione del rischio sismico.

Si tratta di:

  • Interventi di efficientamento energetico.
  • Installazione di impianti solari fotovoltaici.
  • Infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici.

Per maggiori informazioni è possibile consultare la Guida dell’Agenzia delle Entrate

La Terza Milano. @ VOCE

La Terza Milano. @ VOCE
Online exhibition

Giovedì 11 giugno ore 17.00

VOCE presenta “La Terza Milano. @ VOCE” in occasione della Civil Week Lab: una mostra fotografica online per raccontare l’impegno civico dei milanesi.

Ogni settimana, attraverso le bellissime immagini di Marco Garofalo, sveleremo le storie, i gesti, e i luoghi in cui si esprime la Milano solidale e la partecipazione attiva dei cittadini nel costruire il futuro della propria comunità.

On line a partire da giovedì su www.voce.milano.it/la-terza-milano

È possibile seguire gli eventi della Civil Week Lab giovedì 11 e venerdì 12 giugno sui canali social di Corriere Buone Notizie e Civil Week.

Sette sfide per ripensare la comunità che vogliamo essere

Ai cittadini è stato chiesto (e imposto con doverose norme restrittive) il cosiddetto “distanziamento sociale” utile per preservare la salute di tutti. In realtà abbiamo capito che, se da un lato occorre tutelare il “distanziamento fisico” ai fini sanitari, dall’altro occorre potenziare l’”avvicinamento sociale”, la “prossimità” tra le persone per irrobustire (e talvolta ricostruire) i legami sociali nella comunità locale e nelle microcomunità dei quartieri e degli isolati perché in questi mesi sono state messe a dura prova. Siamo persone singole, che si nutrono e vivono nella dimensione comunitaria e che è necessaria e vitale per tutti.

Diverse persone hanno sostenuto che nel prossimo futuro nulla sarà come prima, altri più cinicamente hanno pronosticato che non cambieremo poi molto. Credo invece che, a fronte delle tre emergenze sanitaria, economica e sociale che stiamo vivendo contemporaneamente, abbiamo la possibilità di ripensare (e quindi riprogettare) quale comunità vogliamo essere.
È una grande opportunità quella che abbiamo perché molti singoli, famiglie, quartieri, città, regioni e perfino nazioni hanno capito che nessuno può pensare di salvarsi da solo.
È un’operazione a forte valenza democratica perché, per essere affrontata, non può essere delegata solo a qualcuno, ma necessita la raccolta di tutti i cittadini di buona volontà e le organizzazioni da loro costituite (associazioni, cooperative, fondazioni, …), in una sorta di “chiamata partecipativa” alla costruzione del bene comune superando appartenenze, ideologie, primogeniture.

Insieme a queste organizzazioni di cittadini, gli enti pubblici devono esercitare il proprio ruolo di supporto nel governo della regia istituzionale e le imprese private devono sempre più praticare la propria funzione economica nella dimensione della responsabilità sociale.
Solo il sapiente gioco di squadra tra primo, secondo e terzo settore permetterà il coinvolgimento attivo e responsabile anche dei singoli cittadini, liberando così energie e creatività. La strategia deve essere quella di “essere estrattivi” nel senso di tirar fuori il meglio dai vari mondi a favore della comunità intera e di essere innovativi nella dimensione della sostenibilità in carenza di risorse.

Il volontariato milanese ancora una volta è stato presente e, nonostante le difficoltà, non si è tirato indietro: da una ricerca condotta dai CSV lombardi in corso di ultimazione ben il 55% del campione degli Enti di Terzo settore del territorio metropolitano ha organizzato attività specifiche in risposta all’emergenza, il 26% continuando le proprie attività ordinarie e il 74% aggiungendo o facendo attività nuove; solo il 21% ha interrotto le proprie attività.
Come abbiamo raccontato negli articoli del sito le attività sono state realizzate in autonomia, ma soprattutto in collaborazione con i Comuni, altre Associazioni, Parrocchie, Protezione Civile, ATS e anche con i CSV e le Imprese produttive e commerciali.
A fronte di questa ricchezza di presenza, ora il volontariato e tutto il Terzo settore, nella conclamata “società del rischio”, deve cominciare a darsi alcune piste di lavoro per la ripresa post crisi sanitaria ed economica rivendicando il proprio ruolo essenziale di “autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” previsto dall’articolo 118 della Costituzione, ma anche nei processi di collaborazione con le istituzioni (e le imprese) nella definizione delle politiche locali.

In queste giornate ho raccolto numerosi stimoli nel dibattito interno a CSV Milano ed esterno, grazie ai quali inizio a suggerire alcune sfide e relative prime proposte da approfondire, utili per guardare al domani:

  • sempre dalla citata ricerca la principale problematica che gli ETS hanno rilevato nella cittadinanza è la solitudine di tante persone, non solo anziane. La socialità è un bene primario che va ancor più riconosciuto, facilitato e valorizzato. È uno dei collanti della comunità perché fruito collettivamente e non solo individualmente. Dobbiamo essere sempre più consapevoli dell’importanza non secondaria nella costruzione della coesione sociale, indispensabile nel costruire fiducia, relazioni e legami tra le persone (e tra queste e le istituzioni). Nel ricucire socialità siamo quindi costruttori di democrazia;
  • le problematiche rilevate, a seguire con maggior frequenza, sono l’aumento della povertà, la difficoltà nella gestione domestica e finanziaria, l’insorgenza di casi di depressione. In una società più coesa deve essere posto al centro il garantire l’inclusione di soggetti deboli cercando di ridurre le diseguaglianze. Occorre trovare rinnovate forme di intervento per essere vicini, prestare attenzione e cura ai più deboli che possono essere doppiamente esposti ai rischi sanitari, perché spesso meno informati e più isolati: i senza fissa dimora, gli immigrati, anziani, disabili, malati psichiatrici, carcerati, … Vanno investite risorse progettuali, economiche e materiali per non lasciare indietro nessuno;
  • la principale difficoltà incontrata in questi mesi segnalata dagli ETS nell’indagine è la carenza o mancanza di volontari a causa dell’impossibilità di impiegare i più anziani. In realtà la diponibilità di giovani e adulti è stata rilevante: solo nella città di Milano oltre 1.200 cittadini si sono proposti spontaneamente al Comune e CSV ha raccolto oltre 500 candidature nelle call aperte ad hoc a favore di 13 associazioni nell’ambito della piattaforma Volontari Energia per Milano. Il senso civile e solidale nella città metropolitana c’è, abbondante. Quello che dobbiamo imparare è come avvicinare queste disponibilità, come accompagnarle e sostenerle, come organizzarle rispettando interessi, tempi e caratteristiche peculiari. È una grande sfida per le organizzazioni accogliere il volontariato individuale per sua natura fluido e mobile;
  • il 50% dei soggetti rispondenti prevede la diminuzione delle entrate maggiore del 50%; il 42% ha convenzioni con enti pubblici, il 36% ha tutte le proprie attività in convenzione o accreditamento. In queste settimane sono apparse più in difficoltà le organizzazioni che hanno “monocomittenze”. Forse dovremmo accrescere la capacità di essere non solo multistakeholder ma anche avere una forte diversificazione delle entrate: non solo entrate pubbliche, non solo donazioni o contributi dai soci, non solo entrate da enti filantropici o dal mercato privato, ma un sano mix in modo tale da non essere dipendenti da uno o pochi soggetti e quindi essere meno vulnerabili se uno di questi va, per mille motivi, in crisi. Servirebbero anche forme contrattuali con gli enti pubblici non basati sulla mera prestazione, che espone al rischio di lavoro saltuario, ma su una progettualità sociale a tutto tondo;
  • gli Enti di Terzo Settore hanno ancor più sperimentato l’importanza del radicamento territoriale, l’essere punto di riferimento locale, e quindi essere riconosciuti dai cittadini per la propria peculiare azione. Solo grazie a questo sarà possibile coinvolgere i soggetti imprenditoriali e commerciali locali in progetti di valorizzazione delle loro expertise, le fondazioni di erogazione che dovrebbero sempre più sostenere l’impegno continuativo ed evolutivo delle organizzazioni e meno i singoli progetti volatili, e le istituzioni pubbliche. A questo proposito ricordo che il D.Lgs 117/17 Codice del Terzo settore esplicita nell’articolo 55 che le amministrazioni pubbliche assicurano il coinvolgimento attivo degli enti del Terzo settore attraverso forme di co-progettazione, non solo nell’ambito storico della programmazione sociale di zona (L.328/00) ma in tutti i settori di attività di interesse generale del Terzo settore (immaginiamo quale potenzialità di partecipazione nella definizione di piani ambientali, culturali, sanitari, …);
  • dovremmo definitivamente superare il digital divide che zavorra il Terzo settore. Il limite si è evidenziato in modo conclamato: difficoltà ad avviare procedure di lavoro da remoto perché ordinariamente non disponibili archivi in cloud, mancanza di connessioni veloci, strumentazioni, periferiche mobili e software dedicati, edifici senza sistemi di domotica avanzata, inefficienze dei sistemi energetici e climatici, … Ma soprattutto manca la cultura e l’esperienza che molte attività si possono realizzare anche a distanza con lo scopo di raggiungere più persone (formazione online, ma anche concerti e conferenze) o incontrarsi riducendo costi e tempi di spostamento (chiamate audio e video multiutenti), avere economie di scala e maggiore sostenibilità energetica. Diverse organizzazioni hanno cercato in questi giorni soluzioni tampone, ma occorrerà un investimento massiccio sia progettuale che di sviluppo organizzativo per rendere moderno il privato sociale;
  • dovremmo ripensare le nostre governance democratiche rendendole più snelle ed efficaci, capaci di prendere decisioni in tempi brevi ma anche in modo collegiale, garantendo i periodici ricambi, considerando i giovani, che sempre più si stanno affacciando nei diversi Enti del Terzo settore: le giovani generazioni hanno un approccio meno ideologico, più pragmatico e cercano di coniugare con equilibrio idealità (valori), risorse (umane ed economiche), impegno condiviso (cooperare) e tecnologia. Serviranno inoltre organizzazioni del lavoro più flessibili in cui il lavoro agile, laddove possibile, è la norma, perché impostate sui risultati più che non sulla presenza oraria.

In questo scenario e con queste possibili prospettive, quale ruolo per i Centri di Servizio al Volontariato? Sempre nella ricerca citata alla domanda “da ora in avanti, sia rispetto all’emergenza che nell’ordinario, quale tipo di supporto ritieni più urgente richiedere al CSV?” le risposte in ordine di priorità sono state: riflessioni e proposte su come il volontariato si trasformerà nel prossimo futuro, consulenza su normativa in generale e specifici decreti sull’emergenza, supporto al fundraising, ricerca di nuovi volontari, consulenza su sicurezza dei volontari (assicurazioni, gestione rischi e paure ecc.), facilitazione delle relazioni con amministrazioni pubbliche per progetti comuni, reperimento dispositivi di sicurezza, eventi di promozione della cultura del volontariato e della cittadinanza attiva, facilitazione della relazione con altri ETS per progetti comuni, consulenza su ri-programmazione e ri-progettazione delle attività, diffusione di notizie e appelli attraverso sito web, social network, newsletter ecc., formazione su gestione piattaforme on line e attività in remoto, formazione per volontari già attivi e per nuovi volontari, facilitazione della relazione con imprese per progetti comuni.

Sia la ricerca che le diverse interlocuzioni di questi mesi con moltissimi volontari e dirigenti ci restituiscono la conferma che il nostro ruolo è stare a fianco del volontariato milanese sostenendolo nel proprio agire, nel rispondere alle sette sfide prima descritte, e quindi soprattutto nell’intraprendere processi di sviluppo organizzativo e territoriale. Questo crediamo sarà possibile grazie all’offerta di supporti infrastrutturali e opportunità di servizi di qualità e flessibili, ma in modo particolare nel favorire connessioni e alleanze con i soggetti dei diversi mondi per assumere esigenze e progettualità comuni.
È una prospettiva collaborativa, evocata anche dallo scrittore Enrico Brizzi: “Non so se andrà tutto bene, né se l’emergenza ci restituirà in qualche modo migliori alla vita civile, ma d’una cosa son certo: la differenza tra un popolo e un ammasso di gente sta nella capacità di declinare il pensiero al plurale, silenziando l’io per dar voce al noi”.

Marco Pietripaoli, Direttore Ciessevi Milano

Terzo Settore e incentivi per la riqualificazione energetica degli edifici.

Inserire fra le misure post-emergenza COVID-19 interventi a sostegno dei soggetti più fragili e, in particolare, contro la povertà energetica per ridurre i consumi, la spesa per le bollette e migliorare la qualità abitativa.

È quanto chiedono in un documento congiunto ENEA e Fratello Sole, proponendo di estendere anche al Terzo Settore l’accesso agli incentivi per la riqualificazione energetica degli edifici adibiti ad attività ad alto impatto sociale come leva strategica con forti ricadute sociali, economiche, ambientali e di occupazione.

A giudizio di ENEA e Fratello Sole, infatti, rimuovere le barriere all’utilizzo degli incentivi consentirebbe non soltanto di diminuire i costi di gestione delle attività non profit – siano esse di enti del terzo settore che di Enti religiosi impegnati in attività sociali e caritative- ma anche di produrre positivi effetti ambientali e di migliorare la fruizione delle strutture, il comfort e l’utilizzo degli spazi da parte delle persone ospitate, e di generare lavoro nel settore edile e impiantistico nella fase di ripartenza post-coronavirus.

La proposta, articolata in sei punti, oltre alla possibilità esplicita di usufruire delle detrazioni per gli enti del Terzo Settore, prevede:

  • l’ampliamento di calcolo per la detrazione Bonus Energetico e Sismico ai metri cubi (340) valore medio italiano, in aggiunta opzionale al numero delle unità immobiliari;
  • l’apertura agli enti del terzo settore e in genere alle opere sociali, alla garanzia del Fondo nazionale di Efficienza Energetica o costituzione di un apposito strumento;
  • la conferma dell’inclusione di tali enti tra i soggetti beneficiari delle detrazioni per interventi di ristrutturazione edilizia e di riduzione del rischio sismico;
  • l’ammissibilità della cessione del credito fiscale derivante da interventi di ristrutturazione edilizia, a favore dei fornitori o di altri soggetti collegati che hanno contribuito all’intervento di riqualificazione edilizia.

A supporto dell’iniziativa si sono già espressi numerosi esponenti del terzo settore e del mondo religioso che gestiscono opere sociali o educative, tra cui Stefano Tabò, presidente di CSVnet, il Centro Servizi Volontariato: “Il mondo del volontariato in Italia è il volto del nostro paese: accogliente e generoso: di sicuro servono norme che sostengano la forte volontà di cambiamento che stiamo vivendo, norme che garantiscano la continuità di questa ricchezza umana, di questo capitale sociale che ci caratterizza”.

Leggi il comunicato stampa

Guardando al futuro. Il Terzo settore del dopo Covid-19

Guardare avanti è la parola d’ordine di ora. Guardare avanti perché ancora non siamo “fuori dal guado” e serve energia positiva e costruttiva per non vanificare la fatica che abbiamo fatto fin qui per lottare contro questo virus. Guardare avanti perché la strada è ancora lunga e dovremo imparare a convivere con un’alternanza di picchi di infezione, con relative restrizioni sociali, e rallentamenti dei contagi con allentamenti del contenimento. Ma soprattutto guardare avanti perché niente sarà più come prima.

Giuliano Ferrara qualche giorno fa diceva che non concorda con chi considera questa situazione una opportunità di catarsi, di miglioramento della società a trecentosessanta gradi, perché a lui va già benissimo così come è: trova che il mondo di oggi gli corrisponda perfettamente. Ma qui non si tratta di giudicare quello che avevamo e pensare di tornarci ripristinando un equilibrio da non compromettere: l’equilibrio è già stato scardinato e si tratta di capire cosa ne consegue.

C’è una società nuova, da comprendere e accompagnare verso un modo nuovo di stare insieme. Ci sono nuove fragilità da individuare, ci sono nuovi poveri, con volti, caratteristiche, esigenze, linguaggi per ora sconosciuti. Nuovi problemi: sanitari, economici, sociali, che dovranno essere incontrati, compresi, gestiti da tutti: primo, secondo e terzo settore insieme. Oggi è il momento di concentrare l’azione sulla gestione della pandemia, ma anche orientare il pensiero verso la progettazione della ripartenza.

I CSV sono stati confermati, dalla riforma del Terzo settore quali “agenti di sviluppo del territorio”: in grado di tessere relazioni virtuose tra diversi soggetti per far nascere risposte efficaci ai bisogni delle comunità. CSV Milano, forte di questa rinnovata investitura legislativa, durante questa emergenza legata alla pandemia sta cercando di assumere questo ruolo di cerniera. Nel progetto #Italiakiama, nato da un’idea di Young Digitals per Kia Motors insieme a Supermercati24, il Centro di servizi per il volontariato Città metropolitana di Milano ha affiancato al mondo profit l’amministrazione pubblica (i comuni di Milano e di Opera) e il Terzo settore (Fondazione progetto Arca Onlus, Uildm sezione di Milano e Arci Milano e i loro partner in Aiutarci) in un gioco di squadra virtuoso per i fragili delle due città.

È solo un esempio, l’ultimo di una lunga serie di azioni che, anche in questo periodo, vede CSV Milano facilitare il dialogo e la connessione tra mondi differenti, uniti, attraverso il Centro, nel dare risposte immediate ed efficaci ai bisogni del momento: spesa a casa per anziani e persone con disabilità, volontari per le associazioni che stanno operando, recupero delle materie prime di esercizi commerciali chiusi, rimodulazione delle attività di formazione e consulenza attraverso l’utilizzo di nuovi strumenti on-line.

È con questa esperienza nel favorire le collaborazioni, con questa modalità di agire in sinergia con le potenzialità dei territori, con questa capacità di essere corpi intermedi tra diversi altri attori, che CSV Milano sta guardando avanti, forte del sostegno di tutti coloro che gli consentono di esserci per poter agire il proprio ruolo. Fondazione Cariplo e Fondazione Banca del Monte di Lombardia, con il loro impegno economico unico e insostituibile nel sostenere i Centri di servizio lombardi, possono trovare nei CSV una spalla fondamentale nella ricucitura delle fratture che questo momento traumatico sta generando. Insieme, uno accanto all’altro, fondazioni di origine bancaria, fondazioni comunitarie, Forum Terzo settore e Centri di servizio per il volontariato possono rappresentare un’alleanza vincente nel riprogettare, insieme alle istituzioni, nuove e rinnovate comunità.

E allora rimbocchiamoci le maniche, e guardiamo avanti insieme.

Per aggiornamenti, notizie, indicazioni su cosa fare e come aiutare vai alla rubrica Emergenza Coronavirus

Il cantiere di VOCE a Striscia la notizia

È andata in onda sabato 4 aprile su Striscia la Notizia, nell’ambito della rubrica “Occhio al futuro, quando industria e ambiente convivono”, l’intervista di Cristina Gabetti a Fabio Gerosa, presidente di Fratello Sole, uno dei partner strategici del progetto VOCE.

E proprio nel cantiere di VOCE è stata registrata alcune settimane fa l’intervista.

La rubrica, in onda su Striscia la Notizia dal 2014, nasce per raccontare idee e tecnologie innovative in grado di migliorare il futuro delle nostre comunità, avendo come primo riferimento i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU.

Fratello Sole è stato chiamato a partecipare portando la sua esperienza unica nel panorama italiano. A partire dal progetto di VOCE Fabio Gerosa ha raccontato in che cosa consiste l’attività di Fratello Sole, qual è il suo metodo di lavoro e il valore aggiunto che offre ai suoi soci.

Un’occasione davvero unica per parlare di transizione energetica per il Terzo Settore a un pubblico enorme e, allo stesso tempo, comunicare il valore della partnership del progetto VOCE: sono oltre 5.500.000 gli spettatori che ogni giorno seguono il programma di Antonio Ricci.

Guarda l’intervista completa

Coronavirus: gli anziani disabili vittime innocenti

Quella delle persone anziane con disabilità e fragilità è un’emergenza nell’emergenza.
Un dramma silenzioso che ogni giorno ha un prezzo altissimo: sono davvero tanti gli anziani disabili che sono morti e continuano a morire soli nelle loro case o nelle case di riposo senza poter avere accesso alle cure necessarie.

E chi è loro vicino, parenti e operatori sociosanitari, non può fare nulla, se non assistere impotente a questa grande, enorme ingiustizia.

Per questo condividiamo con convinzione e pubblichiamo di seguito l’appello lanciato dal Forum Terzo Settore Lombardia, Ledha, Uneba Lombardia, Alleanza Cooperative Italiane-Welfare Lombardia.

«Questa volta gli innocenti non sono bambini, ma persone anziane con disabilità. Ma muoiono lo stesso, a centinaia. Tanti a casa a loro, molti di più nelle residenze socio-sanitarie regionali. Sono le persone con disabilità e fragilità, soprattutto anziane ma non solo, a cui in queste settimane è stata negata ogni forma elementare di difesa dal Covid19 e che ora stanno pagando con la vita questa negligenza.

A queste persone, infatti, una volta contratta la malattia, viene negato l’accesso ai pronto soccorso e agli ospedali, lasciandole morire nei loro letti. Muoiono nelle case o nei servizi residenziali, senza poter avere accesso a tutte le cure a cui vengono invece sottoposte le persone che riescono ad essere ricoverate. Viene attuato così, in modo silenzioso, quanto già previsto dalle “linee guida” degli anestesisti italiani: di fronte alla carenza di posti letto in terapia intensiva viene data la precedenza alle persone giovani e senz’altre patologie rispetto a quelle anziane con patologie pregresse.

Le persone che li assistono, si tratti di parenti o di operatori sociosanitari, rimangono ancora sprovvisti delle mascherine e dei dispositivi di protezione necessari per evitare di contagiare e di essere contagiati. Anche nella distribuzione “pubblica” dei DPI, infatti, sono state privilegiate, sinora, le strutture sanitarie rispetto a quelle sociosanitarie.

Sono persone che muoiono nel silenzio: spesso non rientrano neanche nel conteggio dei “decessi per Covid19” perché a loro è stato negato anche il diritto alla diagnosi, prima ancora che al trattamento e alla cura, come già alcuni sindaci stanno denunciando. Persone che, si dice, “sarebbero morte lo stesso” e che invece, lo sappiamo e lo dicono anche le statistiche, se curate in modo adeguato avrebbero potuto continuare a vivere chi per uno, chi per due, chi per dieci o vent’anni.

Non vi è nulla di naturale in questa scelta crudele di sacrificare le persone più fragili, illudendosi così di salvare quelle più forti. Con le loro vite stiamo sacrificando anche la nostra dignità, la dignità di ognuno di noi. Per alcuni, per molti di loro, siamo ancora in tempo a cambiare rotta. Facciamolo!

Forniamo subito agli enti gestori tutti i presidi di protezione, i medici, i farmaci necessari per garantire diagnosi e cure tempestive. Permettiamo alle persone con disabilità di qualunque età di poter accedere, almeno in condizioni di parità rispetto al resto della popolazione, alle terapie intensive quando utile e necessario.

Non neghiamo a nessuno la speranza e la possibilità di poter guarire e vivere”.

WELFARE CHE IMPRESA!: il bando per le Start up sociali al servizio della comunità

Il concorso Welfare che impresa!, giunto alla quarta edizione, nasce per supportare progetti di welfare di comunità promossi da start up sociali in grado di produrre benefici in termini di sviluppo locale.

In particolare vuole sostenere e promuovere iniziative di imprenditorialità giovanile in grado di attivare reti multistakeholder, capaci di produrre benefici concreti per la comunità, e alimentare una progettualità orientata alla generazione di impatto sociale e alla sua misurazione.

Il primo progetto classificato vincerà 40.000 euro a fondo perduto, il secondo, terzo e quarto classificato 20.000 euro.
Potranno inoltre accedere ad un finanziamento a tasso zero erogato da UBI Comunità fino a 50.000 Euro con conto corrente gratuito
per 36 mesi.

La scadenza per presentare i progetti è il 20 aprile.

Vai al bando su: www.welfarecheimpresa.ideatre60.it
Guarda il video di presentazione

Nella società del rischio anche il Terzo settore deve cambiare

di Marco Pietripaoli, Direttore CSV Milano

 

È ancora presto per prevedere compiutamente cosa insegnerà al Terzo settore e al popolo dei volontari e cittadini attivi questa emergenza del Covid-19. Ma Carola Carazzone sabato, nell’articolo “Le fondazioni filantropiche? Adesso sostengano organizzazioni, non progetti”, incomincia a mettere un punto fermo, a mio parere molto importante. Carazzone evidenzia come, a partire dalla crisi che stiamo vivendo, le fondazioni filantropiche possano collaborare con gli enti del Terzo settore con modalità diverse e innovative; e propone una serie di esempi concreti.

La stessa sera David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, ha posto l’accento sull’urgenza di salvare la salute, poi il lavoro e poi anche la democrazia. Ma «fra le condizioni per l’esistenza e il funzionamento di un sistema democratico, ci ricordava già nel 1982 la vicepresidente della Camera Maria Eletta Martini, (…) il volontariato può svolgere un ruolo importante per lo sviluppo e il rafforzamento della democrazia. (…) Il volontariato, in questa prospettiva, è una strada di crescita e di presenza civile di persone che, talvolta anche inconsapevolmente diventano via di mutamento sociale e di nuova cultura, che si fonda sulla solidarietà e la corresponsabilità ai problemi dell’altro; è un modo corretto di essere della democrazia, in un mondo in cui esistono “nuove povertà”, o, come si dice, luoghi di “sofferenza sociale”, che sfuggono alle statistiche».

Recentemente il D.Lgs 117/17 Codice del Terzo settore esplicita nell’articolo 55 che le amministrazioni pubbliche assicurano il coinvolgimento attivo degli enti del Terzo settore attraverso forme di co-programmazione non solo nell’ambito storico della programmazione sociale di zona (L.328/00) ma in tutti i settori di attività di interesse generale del Terzo settore (immaginiamo quale potenzialità di partecipazione nella definizione di piani ambientali, culturali, sanitari, …).

Ora il volontariato e tutto il Terzo settore nella conclamata “società del rischio” potrebbero incominciare a porsi alcune piste di lavoro per la ripresa post crisi sanitaria ed economica rivendicando il proprio ruolo essenziale di “autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” previsto dall’articolo 118 della Costituzione, ma anche nei processi di collaborazione con le istituzioni nella definizione delle politiche locali.

Inizio a suggerire alcune prime proposte da approfondire in queste giornate utili per guardare avanti, oltre a quelle esposte da Carazzone riguardo a una rinnovata alleanza tra Fondazioni filantropiche e Enti di Terzo Settore:

  • la socialità incomincia a mancarci: si suona e si applaude dai balconi. Incontrarsi e aggregarsi, fare festa e fare musica, teatro e yoga, curare un giardino pubblico o occuparsi dei diritti civili è essenziale per una comunità, come lavorare ed essere in buona salute. È un bene primario che va ancor più riconosciuto, facilitato e valorizzato. È uno dei collanti della comunità perché fruito collettivamente e non solo individualmente. Dobbiamo essere sempre più consapevoli dell’importanza non secondaria nella costruzione della coesione sociale, indispensabile nel costruire fiducia, relazioni e legami tra le persone (e tra queste e le istituzioni). Nel costruire socialità siamo quindi costruttori di democrazia;
  • in una società più coesa sarà più facile garantire l’inclusione di soggetti deboli. In questi giorni difficili centinaia di migliaia di operatori e volontari del Terzo Settore hanno continuato in silenzio, pur con le necessarie precauzioni sanitarie, ad essere vicini, a prestare attenzione e cura ai più deboli che possono essere doppiamente esposti ai rischi sanitari, perché spesso meno informati e più isolati: i senza fissa dimora (che notoriamente non possono stare a casa, perché non hanno casa), gli immigrati, anziani, disabili, malati psichiatrici, … molti di questi “ultimi” si stanno ammalando. È giusto applaudire agli operatori sanitari pubblici, ma altrettanto giusto sarebbe essere consapevoli e ricordare chi opera da cittadino attivo nel sociale e nel sociosanitario retto in gran parte dagli enti di Terzo settore, anche rivendicando pari utilizzo di ammortizzatori sociali. Ma prima ancora servirebbero forme contrattuali con gli enti pubblici non basati sulla mera prestazione che espone al rischio di lavoro saltuario, ma su una progettualità sociale a tutto tondo;
  • dovremmo definitivamente superare il digital divide che zavorra il Terzo settore. Il limite si è evidenziato in modo conclamato: difficoltà ad avviare procedure di lavoro da remoto perché ordinariamente non disponibili archivi in cloud, mancanza di connessioni veloci, strumentazioni, periferiche mobili e software dedicati, edifici senza sistemi di domotica avanzata, inefficienze dei sistemi energetici di riscaldamento e condizionamento, … Ma soprattutto manca la cultura e l’esperienza che molte attività si possono realizzare anche a distanza con lo scopo di raggiungere più persone (formazione online, ma anche concerti e conferenze) o incontrarsi riducendo costi e tempi di spostamento (chiamate audio e video multiutenti), avere economie di scala e maggiore sostenibilità energetica. Diverse organizzazioni hanno cercato in questi giorni soluzioni tampone, ma occorrerà un investimento massiccio sia progettuale che di sviluppo organizzativo per rendere moderno il privato sociale;
  • in questi giorni appaiono più in difficoltà le organizzazioni che hanno “monocomittenze” soprattutto se non garantite. Forse dovremmo accrescere la capacità di essere non solo multistakeholder ma anche avere una forte diversificazione delle entrate: non solo entrate pubbliche, non solo entrate da enti filantropici, non solo donazioni o contributi dai soci, non solo mercato privato, ma un sano mix in modo tale da non essere dipendenti da uno o pochi “mercati” e quindi essere meno vulnerabili se uno di questi va, per mille motivi, in crisi. La diversificazione aiuterà anche a essere più riconosciuti e radicati nel proprio territorio di riferimento;
  • dovremmo ripensare le nostre governance democratiche rendendole più snelle ed efficaci, capaci di prendere decisioni in tempi brevi ma anche in modo collegiale, garantendo i periodici ricambi. Serviranno inoltre organizzazioni del lavoro più flessibili in cui il lavoro agile, laddove possibile, è la norma, perché impostate sui risultati che non sulla presenza oraria;

Rispetto a quest’ultimo punto, tra le diverse risorse a disposizione utili anche per affrontare i precedenti, dobbiamo considerare i giovani, che sempre più si stanno affacciando ai diversi Enti del Terzo settore: le giovani generazioni hanno un approccio meno ideologico, più pragmatico e cercano di coniugare assieme in equilibrio idealità (valori), risorse (umane ed economiche), impegno condiviso (cooperare) e tecnologia.

Oltre che ai virologi e sanitari, agli economisti e imprenditori, oggi dobbiamo affidarci anche agli operatori e volontari del Terzo settore e soprattutto all’energia e creatività dei giovani, per affrontare nella “società del rischio” nuovi e moderni modi per stare nei nostri luoghi in modo propositivo e per costruire l’evoluzione della società democratica del futuro.

 

Pubblicato su VITA il 16 marzo 2020 – http://www.vita.it/it/article/2020/03/16/nella-societa-del-rischio-anche-il-terzo-settore-deve-cambiare/154481/

Attiviamo Energie Positive!: un ciclo di webinar per costruire relazioni e progettare il futuro

Un ciclo di webinar gratuito e aperto a tutti per parlare di fundrising, crowfounding, valutazione di impatto, responsabilità sociale di impresa, marketing, finanza etica, e molto altro ancora.

“Attiviamo Energie Positive!”, realizzato da produzionidalbasso., vuole essere un luogo di confronto, crescita e progettazione tra soggetti del terzo settore e del non profit, mondo del volontariato, freelance, associazioni culturali, artisti, organizzatori di eventi, formatori, imprese sociali e cooperative.

Tra gli incontri previsti:

  • Il terzo tempo della cooperazione sociale, come ridisegnare in 10 passi un nuovo ciclo d’innovazione
  • Linee guida per la valutazione dell’impatto sociale
  • Fundraising per la rigenerazione urbana e crowdfunding civico
  • CSR, Responsabilità Sociale d’Impresa e match tra mondo profit/nonprofit

Vai al programma completo dei Webinar

 

Fondazione Cariplo: 2 milioni di euro al non profit per affrontare l’emergenza Coronavirus

Fondazione Cariplo, uno dei principali partner di VOCE, ha deciso di attivare un fondo di 2 milioni di euro per sostenere gli enti non profit ad attivare risposte straordinarie per le persone in difficoltà, e contenere i contraccolpi economici legati ai mancati introiti.

Particolarmente in difficoltà sono gli Enti del Terzo Settore che gestiscono servizi e attività come asili nido, scuole materne, centri per anziani e attività culturali e di socializzazione.
Le risorse saranno anche destinate a sostenere iniziative emergenziali che sostengono l’attivazione di servizi di prossimità a supporto della domiciliarità “forzata” delle persone fragili.

Come ha dichiarato il presidente di Fondazione Cariplo Giovanni Fosti “Al fianco delle imprese in difficoltà in questo periodo, ci sono anche moltissime realtà non profit e organizzazioni di volontariato che stanno vivendo gravi disagi. Quello che ci sembra assolutamente urgente è aggregare risorse e promuovere attenzione nei confronti di quelle organizzazioni, associazioni ed enti che forniscono servizi alle famiglie o contribuiscono in modo fondamentale nella gestione dei luoghi di cultura, come teatri o musei. Il fondo approvato dal nostro Cda è una prima iniziativa aperta alla partecipazione di altri soggetti: si tratta di un punto di partenza su cui far convergere anche le risorse di chi vorrà unirsi a noi, collaborando con le istituzioni e le fondazioni di comunità”.

Le Fondazioni di Comunità hanno un ruolo centrale: quelle di Lodi e di Bergamo hanno annunciato a loro volta l’avvio di iniziative e di fondi speciali a cui Fondazione Cariplo darà il proprio apporto.

Scopri di più su www.fondazionecariplo.it

Cresce la finanza di impatto in Italia

Lo stato dell’arte della finanza di impatto in Italia è fotografato dalla ricerca Tiresia Impact Outlook 2019, realizzata dall’omonimo Centro di ricerca di innovazione e finanza per l’impatto sociale della School of Management del Politecnico di Milano  presentata di recente.

Secondo i dati della ricerca il capitale per l’impatto impiegato dal 2006 in Italia è circa 8 miliardi di euro di cui l’84% è sotto forma di credito alle organizzazioni ad impatto sociale, per un totale di 6.767,8 milioni di euro.
Nel 2019, il totale degli asset gestiti dagli operatori equity è di 1.824,75 milioni e crescerà del 19% nel prossimo anno.

I dati dimostrano il crescente interesse per la finanza di impatto che nasce dall’importanza sempre più centrale dei temi legati alla sostenibilità nella coscienza collettiva e nel sistema economico e finanziario tradizionale.

“Lo studio descrive un ecosistema che, seppur ancora di nicchia, contiene caratteristiche antropologiche, valori, modelli
e strumenti che potranno giocare un ruolo decisivo nel fecondare una transizione dell’industria finanziaria mainstream
verso un modello compatibile con le grandi sfide ambientali e sociali emergenti”, ha affermato Mario Calderini, direttore di Tiresia.

Scarica il report della ricerca

Perché trasformare spazi anonimi o abbandonati in luoghi di comunità

Negli anni ’90 la dimensione della Comunità è stata posta al centro di un serrato confronto esperienziale e culturale.

Era una dimensione in forte crisi a fronte allo sgretolamento dei rapporti sociali, all’individualismo, alla solitudine, ai problemi delle periferie urbane, … problemi di allora?

Lo sono diventati ancor di più oggi con la crisi economica del 2008 che, come ci ricorda Mauro Magatti, è essenzialmente una crisi di valori, maturata negli anni precedenti e poi manifestatasi nei primi anni 2000 con il tracollo finanziario da cui non ne siamo ancora usciti …, ma non siamo ancora usciti, neppure dalle cause che l’hanno innescata.

La comunità è una dimensione che deve essere ripensata e riformulata sulla base di riflessioni che fanno riferimento a piani differenti che interagiscono nella vita delle persone e tra le persone (identità, relazioni, riferimenti spazio-temporali, progettualità, …). Senza idealizzare la comunità, essa stessa piena di contraddizioni, conflitti, prevaricazioni, …

Senza dimenticare che oggi non si è solo “comunità locale”, ma ognuno di noi grazie alla globalizzazione delle relazioni e delle possibilità di comunicazione in tempo reale (internet, smartphone, viaggi più facili) può vivere forti appartenenze a “comunità globali” con differenti identità culturali, professionali, ideali, … anche stando a migliaia di chilometri di distanza. Sia comunità che costruiscono comunità inclusive che comunità che costruiscono esclusione.

Occorre (ri)imparare a vivere e lavorare nella comunità. Non esiste una disciplina, una scienza specifica che studia la comunità. Riflettere e capire la comunità necessita di un approccio olistico e interdisciplinare.

Fare comunità è questione di ….

  • antropologia, come le collettività umane si manifestano
  • sociologia, come gli uomini si organizzano per vivere nella società
  • psicologia, come le relazioni umane si incontrano e si scontrano, si sostengono e si modificano
  • economia, come lo sviluppo imprenditoriale connota le peculiarità di un ambiente e di gruppi di persone
  • politica, come si concretizzano le politiche sociali redistributive delle ricchezze locali
  • architettura e urbanistica, come si abita un territorio geografico, con storia e futuro
  • cultura, come gli uomini raccontano la propria storia ed esistenza in riferimento alla propria comunità.

Segnalo alcuni riferimenti nati negli anni ’90.

Augé Marc, antropologo, ci ricorda l’importanza identitaria dei luoghi in cui si sviluppa comunità (la percezione dello spazio e del tempo). Ma attenzione, se lo spazio e l’uso del tempo risultano sempre uguali pur in diversi contesti, si hanno dei “nonluoghi”: il contrario della dimora, della residenza, dei luoghi della comunità, di un “luogo”.

I “nonluoghi” sono le infrastrutture per il trasporto veloce (autostrade, autogrill, stazioni, aeroporti), i mezzi di trasporto, i supermercati, gli alberghi delle grandi catene internazionali, ma anche i campi profughi dove sono parcheggiati a tempo indeterminato i rifugiati.

I “nonluoghi”, sono gli spazi dell’anonimato, ogni giorno più numerosi, frequentati da individui diversi ma considerati simili, ma soli.

Zygmunt Bauman, noto sociologo mondiale, ci segnalava come nel mondo dell’insicurezza globale, tornava con forza il bisogno di comunità, come strumento per difendersi.

La continua ricerca di equilibrio tra libertà e condivisione, tra individuo e comunità, è il destino dell’uomo verso la realizzazione di una vita soddisfacente (che sia potente e affermato, oppure povero e sconfitto).

Ma attenzione, la ricerca di una “propria comunità locale” impersonificata da un territorio abitato dai propri membri è la via d’uscita oppure non rischia piuttosto di divenire un “ghetto volontario”?

Eppure è nella sicurezza della propria identità, e del riconoscersi in essa, che si può permette il dialogo tra culture diverse. Stiamo infatti verificando 20 anni dopo che non è facebook il luogo del dialogo tra culture diverse.

La psicologia di Comunità, il lavoro di comunità, non è solo una pratica sociale che prevede l’impiego di modelli e metodologie, ma anche un modo di concepire il lavoro sociale.

Lo sviluppo di comunità permette di sostenere i processi di responsabilizzazione dei membri di una comunità e l’impiego delle loro competenze/risorse per la soluzione dei problemi.

Attivare collaborazione e partecipazione tra i cittadini, promuovere relazioni fiduciarie, sostenere il capitale sociale, sono tutte azioni con una portata che va oltre il contenuto specifico, e propongono una vera a propria visione della società.

Mai come negli ultimi anni il tema dello sviluppo locale ha preso atto della varietà di assetti economici, di cui è popolato il nostro Paese. Eppure questa ricchezza è stata ai margini delle politiche economiche istituzionali. C’è da percorrere un cammino verso il riconoscimento del ruolo insostituibile svolto dalle comunità locali e dai loro protagonisti: capaci contemporaneamente di relazioni locali e di reti immateriali globali, di produzione economica e di prossimità e coesione sociale.

Ad esempio, il 20% della popolazione italiana vive nelle 4 grandi aree metropolitane (Roma Milano Napoli Torino), così come il 20% della popolazione abita le aree interne però rappresentate dal 50% dei Comuni italiani. Eppure le politiche di sviluppo economico, differenziate per aree territoriali, in Italia stentano a svilupparsi.

Richard Sennet ci sollecitava a ripensare le relazioni sociali e le politiche di welfare rileggendo la propria vita e le proprie esperienze.

Occorre porre al centro le modalità di formazione delle identità individuali e collettive a partire dal rispetto di sé e degli altri. Spesso gli utenti del welfare si lamentano di essere trattati con poco rispetto. Ma la mancanza di rispetto che sperimentano non è dovuta semplicemente al fatto che sono poveri, vecchi o malati. La società moderna manca di manifestazioni concrete ed efficaci di rispetto e di riconoscimento per gli altri.

Come tenere insieme la garanzia dell’uguaglianza e il rispetto delle differenze di ciascuno?

Occorre ripensare un welfare differenziato che permetta a chi riceve sostegno sociale di percepirsi come soggetto che a pieno titolo partecipa alla definizione delle proprie condizioni di vita.

A fronte di una netta deterioramento della qualità urbanistica, ambientale e sociale di quasi tutte le città (sia nei cosiddetti paesi sviluppati che “in via di sviluppo”) negli anni ’90 c’erano i primi urbanisti futurologhi, come Raymond Lorenzo, che indicavano che sarebbe stato necessario costruire città “sostenibili” prestando attenzione alla qualità dell’ambiente urbano e naturale, ma soprattutto alla comunità locale, da coinvolgere direttamente nelle decisioni progettuali urbanistiche e architettoniche, perché soli i cittadini che vivono un territorio conoscono le loro esigenze e possono dare indicazioni utilissime agli architetti per predisporre soluzioni veramente vivibili.

E poi dentro ogni quartiere vi sono mille storie che costruiscono la vera storia e la cultura di un quartiere. Scandiscono la vita della comunità e la quotidianità dei suoi abitanti: tra gioie, passioni, collaborazioni, ma anche ansie, soprusi, paure e disperazioni che consentono all’umanità, che popola il dedalo di vie, case, palazzi del mondo, di costruire culturalmente le varie dimensioni comunitarie. In ogni territorio/comunità del mondo.

Negli anni ’90 questi erano sette approcci paralleli, di fatto separati.

Poi è venuta la grande e lunga crisi.

Poi la diffusa consapevolezza dell’emergenza ambientale; anche se già nel 1992 si tenne a Rio de Janeiro la prima Conferenza mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo che produsse alcuni accordi internazionali tra cui la famosa Agenda 21.

Oggi finalmente si coglie che, solo in una prospettiva integrata di Sviluppo Sostenibile, forse si può trovare l’equilibrio tra individuo e comunità.

Erano e sono sette approcci diversi: solo perdendosi in mille storie e situazioni locali e globali e solo riallacciando con pazienza i diversi fili disciplinari, comprenderemo il significato della “nostra comunità” e potremo riconoscere il valore delle comunità del mondo.

In questo contesto, i governi dei 193 Paesi membri dell’ONU nel settembre 2015 hanno sottoscritto l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. È un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità che prevede 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs) con 169 target e più di 240 indicatori.

La situazione è oggettivamente molto complessa e pericolosa per noi e per il nostro pianeta e, come ci ricorda Enrico Giovannini portavoce dell’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile, il rischio è che noi ci sediamo e ci culliamo di Retrotopia: è il guardare il passato per rassicurarci circa un futuro incerto e fonte di preoccupazione. Non vi è dubbio che molto spesso oggi chiudiamo gli occhi di fronte a quanto avviene (il terrorismo o le minacce nucleari coreane o il corona virus) e ripensiamo ad anni passati che crediamo siano stati più rassicuranti. Non è per niente vero.

Ma di sicuro il nostro futuro sarà pieno di shock perché stiamo consumando troppo il nostro mondo che non riesce a rigenerarsi a sufficienza.

Ma l’Utopia sostenibile è che nessuno rimanga indietro grazie al fatto che vi sia una vera sinergia tra i quattro capisaldi della sostenibilità: ambientale, sociale, economica e istituzionale.

E questo non può che avvenire se non a partire dalla terra, dai luoghi costruiti o naturali.

In passato si identificava lo spazio con la urbs, in termini materiali, città delle pietre, in contrapposizione con lo spazio naturale.

Più recentemente, a seguito della crisi economica/finanziaria/valori ricordata, da un lato si sono moltiplicati i “nonluoghi” anonimi, dall’altro sono via via emersi luoghi via via abbandonati che sono tornati ad essere spazi senza vita. Pensiamo alle caserme vuote, alle scuole chiuse per denatalità, a capannoni e industrie dismesse, a strutture degli ordini religiosi non più utilizzate, ai beni confiscati alla criminalità organizzata, …

Oggi serve una nuova rigenerazione urbana che a fianco del recupero edilizio porti anche un recupero di socialità.

Oggi serve una nuova progettualità, carica di comunità, utile per far rivivere gli spazi vuoti e abbandonati per farne luoghi veri, vivi, pieni di senso.

Secondo me non è un caso che in questo quartiere di Porta Nuova gli unici due luoghi antichi e abbandonati sono stati recuperati dal Terzo settore: l’ex magazzino ferroviario ristrutturato dalla Fondazione Catella e la trattoria e poi Albergo Isolabella di cui si è appena avviata la ristrutturazione per farne VOCE a cura di Ciessevi.

Il Terzo settore ha la sensibilità e la capacità di far rivivere “spazi” per trasformali in “luoghi”.

Il luogo si stacca da una logica solo geografica e corrisponde ad una identità socio-culturale. La Civitas. La Città delle anime, fatte di persone, città fatte di relazioni. I territori in questa logica, sono di fatto l’elemento in cui si sperimenta il nuovo, dove si cerca di compenetrare ambiente costruito ed ambiente naturale, sono il contenitore dove le innovazioni sociali vengono messe in atto. Sono laboratori di sperimentazioni in cui si prova a dare risposte nuove ai bisogni emergenti. Ma i luoghi non sono solo contenitore di qualcosa che accade, sono anche motore di quel qualcosa che accade.

Il luogo vero attrae esigenze e bisogni, capitali e risorse. Che non sono di per sé immediatamente disponibili. Sono esigenze e risorse che per essere disponibili e per essere messe a frutto devono essere mediati da persone e da organizzazioni.

Nel passaggio da spazi a luoghi si viene a creare l’economia di relazioni. Dove la dimensione relazionale è l’infrastruttura del valore che quei soggetti economici del territorio (istituzionali, di profitto o di donazione) possono produrre.

E la dimensione relazionale è sense making. Dà senso a ciò che si fa. E dà energia all’azione. Un conto è dire “faccio cose, vedo gente”. Un conto è dire faccio cose che portano, nel lungo periodo, ad un certo valore aggiuntivo. Sono prospettive completamente diverse, non solo in termini soggettivi.

Pensare assieme i luoghi aiuta ad abitarli. Non è questione di qualcuno che viene e ti legge il tuo territorio. Ma è la comunità e chi abita quei luoghi che si domanda e legge e riflette su sé stessa. Costruire una visione strategica di lungo periodo aiuta ad abitare i luoghi. Abitarli con intenzionalità è riuscire a costruire una visione strategica, anche in termini di creatività e di impatto sociale. Intenzionalità è: voglio agire un cambiamento, cioè voglio cambiare la connotazione e la produzione di valore di quel luogo. E scelgo di farlo, non da solo.

Come ci ricordano recentemente Paolo Venturi e Flaviano Zandonai, il luogo è legato a 3 concetti: l’innovazione sociale, l’imprenditorialità e lo sviluppo.

  • l’innovazione sociale si nutre dei territori, dei quartieri e delle periferie come oggetti geografici in cui si attivano processi di innovazione sociale. processi che tentano, a partire dalle risorse di cui quel territorio dispone, di rispondere ai bisogni che emergono
  • il successo imprenditoriale è correlato alla dimensione di luogo. Non sono le imprese competitive a rendere il luogo competitivo. La dimensione di contesto oggi è fondamentale e in qualche modo va misurata e valutata.
  • lo sviluppo si lega ai luoghi perché attraverso qualità relazionali e norme sociali si riesce a fare sviluppo. (Sviluppo nel senso della definizione di Zamagni – togliere i viluppi, togliere le catene che legano un territorio rispetto alla sua capacità di produrre valore). Capacità di produrre sviluppo è la capacità anche di contrastare le disuguaglianze di tipo sociale, economico, ecc

Ma oggi le comunità hanno bisogno di luoghi ma anche di infrastrutture sociali, cioè di luoghi che diventano a loro volta moltiplicatori. Un luogo diventa infrastruttura sociale quando:

  • è ad uso comune, non c’è esclusività, è uno spazio fatto di relazioni, connotato da apertura, luogo in cui nessuno è escluso
  • è rigenerato esso stesso dai legami sociali di chi lo vive e lo popola
  • ha la capacità di generare comunità, non sono estrattivo per produrre valore esclusivo, ma mette a frutto e restituisce moltiplicato.

Tutto questo possiamo leggerlo in quei luoghi capaci di trasformare, vitalmente, nel lungo periodo anche il contesto intorno.

Questo è quello che possiamo augurare a VOCE e a tutti coloro che vorranno collaborare a costruirlo insieme.

Marco Pietripaoli

Direttore CSV Milano

Febbraio 2020

Piccola bibliografia di riferimento

Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione ad una antropologia della surmodernità, Eleuthera, Milano 1993
Zygmunt Bauman, Voglia di Comunità, Laterza, Bari 2001
Giuseppe De Rita e Aldo Bonomi, Manifesto per lo sviluppo locale, Dall’azione di comunità ai Patti territoriali, Bollati Boringhieri, Torino 1998
Enrico Giovannini, L’utopia sostenibile, Laterza, Bari 2018
Papa Francesco, Laudato si’. Sulla cura della casa comune, Piemme 2015
Mauro Magatti, Cambio di Paradigma. Uscire dalla crisi pensando al futuro, Feltrinelli, Milano 2017
Nagib Mahfuz, Il nostro quartiere, Fertrinelli, Milano 1989
Elvio Raffaello Martini, Fare lavoro di comunità. Riferimenti teorici e strumenti operativi, Carocci, Roma 2003
Lorenzo Raymond, La città sostenibile. Partecipazione, luogo, comunità, Eleuthera, Milano 1998
Ennio Ripamonti, Collaborare. Metodi partecipativi per il sociale, Crocci Faber, Roma 2011
Marianella Sclavi e Lawrence Susskind, Confronto creativo. Come funzionano la co-progettazione creativa e la democrazia deliberativa. Perché ne abbiamo bisogno, IPOC, Milano 2016
Richard Sennet, Rispetto. La dignità umana in un mondo di diseguali, Il Mulino, Bologna 2004
Paolo Venturi e Flaviano Zandonai, Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società, Egea, Milano 2019

#Iosonocaregiver: parte la raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare

450 mila persone in Lombardia dedicano il loro tempo a prendersi cura di un familiare, nella maggior parte anziani ma anche ragazzi e adulti disabili.

Per sostenerli e aiutarli è nata la raccolta di firme e la campagna #iosonocaregiver.
L’obiettivo è raccogliere 5mila firme da presentare in Regione Lombardia a fine marzo e avviare il percorso legislativo della proposta di legge di iniziativa popolare dedicata a loro.

Informazioni su www.iosonocaregiver.it

Social Innovation Campus in MIND: verso l’Economia di Francesco

Si è svolto ieri il 5 e 6 febbraio in MIND – Milano Innovation Distric il primo Campus italiano sull’Innovazione Sociale dedicato al tema “Shared City _dal gioco alla realtà”

Promosso dalla Social Innovation Academy di Fondazione Triulza il Campus ha rappresentato un momento di incontro e confronto tra di verse generazioni.

Due infatti i target dell’incontro: i ragazzi e le nuove generazioni che sono stati coinvolti attraverso momenti di sperimentazione e gioco sui temi dell’Innovazione e dell’Impatto sociale e ambientale. Le realtà del Terzo Settore, dell’economia civile, le start up, le imprese sociali, ma anche le Università, i Centri di ricerca e le imprese profit, che hanno potuto condividere e approfondire scenari e tecnologie funzionali alla collaborazione, alla co-progettazione e alla creazione di soluzioni innovative per dar vita a città accoglienti, sostenibili

Tra gli eventi ospitati dal Campus anche “Verso l’Economia di Francesco: cura della casa comune“, organizzato da organizzato da Consorzio farsi Prossimo, Caritas Ambrosiana e Fratello Sole. Un momento di approfondimento sui temi della sostenibilità, dell’economia circolare, delle energie rinnovabili e dell’innovazione sociale con l’obiettivo di tradurre in azioni concrete le indicazioni dell’Enciclica Laudato si’

Padova Capitale Europea del Volontariato

Dopo Barcellona, Lisbona, Londra, Sligo, Aarthus e Kosice, Padova è la prima città italiana a ottenere questo riconoscimento.

Promossa dal 2013 dal CEV – centro europeo del volontariato, il concorso per la Capitale europea del volontariato mira a promuovere il volontariato a livello locale, dando un riconoscimento alle città che supportano e rafforzano le partnership con i centri di volontariato e con le organizzazioni che coinvolgono i volontari e promuovono il volontariato e il suo impatto sul territorio.

Padova Capitale Europea del Volontariato 2020 è una grande opportunità per coinvolgere a livello europeo il mondo del volontariato e dell’impegno civile. Un’opportunità di crescita e di sviluppo per tutto il mondo del volontariato che è chiamato a partecipare a questa importante iniziativa.

L’obiettivo è produrre idee, lanciare iniziative, favorire incontri e relazioni, innescare esperienze e sperimentazioni oltre che per avviare processi capaci di stimolare progettualità nel medio e lungo futuro.

Scopri come partecipare su www.padovaevcapital.it

Primo incontro di presentazione di VOCE e dei suoi Cantieri sociali

Si è svolto questa mattina presso le Ex Cucine economiche del Comune di Milano il primo incontro di presentazione di VOCE, che ha visto protagonisti in dipendenti di Ciessevi Milano, i suoi soci e alcuni dei suoi principali stakeholders.

Un momento per raccontare il progetto progetto, ma anche l’occasione per presentare in anteprima i Cantieri sociali di VOCE, che saranno lanciati ufficialmente in occasione della Civil Week 2020 di marzo.

L’incontro è stato arricchito dalla presenza di alcuni relatori esterni al progetto che hanno aperto la discussione su tematiche di grande importanza per VOCE.

Roberto Cavallo, fondatore della cooperativa ERICA, consulente e saggista e uno dei massimi esperti in Italia di ecologia ha parlato di sostenibilità: considerata oggi come la giusta risposta a molte crisi, da quella climatica a quelle sociali, è soprattutto una grande opportunità per rimettere al centro le persone.

Fabio Gerosa, Presidente di Fratello Sole, partner del progetto VOCE e responsabile della gestione del cantiere edile, della costruzione dei Cantieri sociali e della valutazione di impatto, ha parlato invece di povertà energetica a partire da The Economy of Francesco, l’incontro internazionale promosso da Papa Francesco tra giovani, studiosi ed operatori dell’economia per discutere ed affrontare insieme le sfide dell’economia mondiale che si terrà ad Assisi nel prossimo mese di marzo.

Scopri di più sui tanti temi della sostenibilità ambientale: partecipa come volontario a Fà la cosa giusta!

Green e circular economy, plastic free, smart cities, urban regeneration: sono solo alcuni dei termini che ricorrono sempre più spesso per descrivere alcune delle sfide più importanti del nostro tempo.
Sfide e obiettivi che VOCE condivide.

E’ possibile farsi un’idea più chiara e al tempo stesso vivere un’esperienza di volontariato attivo partecipando all’edizione 2020 di @Fa la cosa giusta!, la fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili che si svolgerà a Milano dal 6 al 8 marzo.

Per informazioni: www.csvlombardia.it/milano/post/diventa-volontario-a-fa-la-cosa-giusta-2020

A Porta Nuova parte il cantiere di VOCE

Il cantiere di VOCE è ufficialmente partito ed è stato presentato alla stampa questa mattina presso la Sala stampa “Franco Brigida” di Palazzo Marino.

2500 metri quadri suddivisi in cinque piani, nuova sede dei Forum del Terzo Settore di Milano e della Lombardia, di servizi di promozione del volontariato del Comune di Milano dedicati ai giovani, di CSV Milano (Centro di servizio per il volontariato-città Metropolitana di Milano), della Confederazione Regionale dei Centri di Servizio della Lombardia (CSVnet Lombardia), dell’Università del Volontariato, di una biblioteca specializzata sui temi del volontariato, di un inedito Ostello che riunirà, da tutta Europa, i giovani dei Corpi Europei di Solidarietà, di un ristorante attento alla sostenibilità alimentare, allo “slow” e al km zero.

Queste sono solo alcune delle offerte che i cittadini potranno trovare in VOCE – Volontari al Centro, edificio in fase di ristrutturazione e restauro in Porta Nuova, situato tra via Monte Grappa e via Melchiorre Gioia, e che sarà inaugurato a maggio 2021.

All’incontro hanno partecipato Anna Scavuzzo, Vice Sindaco del Comune di Milano e Assessore alla Sicurezza, Gabriele Rabaiotti, Assessore alle Politiche sociali e abitative, Ivan Nissoli, Presidente CSV Milano, Paola Pessina, Vice Presidente Fondazione Cariplo,
Marco Pietripaoli, Direttore CSV Milano.

Leggi il comunicato stampa

 

Imprese sociali: + 17% in tre anni

Buone notizie per le imprese sociali italiane.

I dati presentati del XIII Rapporto dall’Osservatorio Isnet sull’impresa sociale presentati il 10 dicembre scorso alla Camera dei Deputati raccontano la stabilità del dati relativi all’occupazione per 7 imprese sociali su 10 con un incremento di 17 punti percentuali negli ultimi 3 anni.

I migliori risultati in termini di andamento economico e innovazione li hanno raggiunti le organizzazioni di inserimento lavorativo che hanno realizzato partnership aziendali, le cooperative di tipo B che hanno avviato relazioni con le aziende e le cooperative sociali di tipo A di medio-grandi dimensioni.

Laura Bongiovanni, presidente di Associazione Isnet,ha sottolineato come “È un tipo di impresa, quella sociale, che difende il lavoro a prescindere dagli andamenti economici”Per Steni Di Piazza, sottosegretario al Lavoro, “A differenza di quanto si sosteneva, la ricchezza non produce altra ricchezza. La cultura dell’impresa sociale ha dato invece un segnale importante: si tratta di persone svantaggiate capaci di dare un valore aggiunto”.

Scarica il rapporto completo su www.impresasociale.net

Good&Green: facilitare l’efficienza energetica del settore no profit

Si è svolto il 23 ottobre presso la sede di Caritas a Roma il convegno «Good & Green, l’efficienza energetica per il non profit»,
promosso da ENEA e Fratello Sole.
L’obiettivo dell’incontro era quello di fare punto sui temi dell’efficientamento energetico degli immobili del Terzo Settore, in particolare quelli che ospitano e assistono le persone fragili.

Nello specifico l’incontro – che ha visto anche la partecipazione di Regione Lombardia, Deloitte Legal, Università Cattolica
di Milano e Università di Verona – ha voluto attrarre l’attenzione del mondo politico, finanziario e tecnico sulla necessità
di sostenere un Social Green Deal per innescare un movimento che generi benessere per le persone fragili e affronti la
sfida ambientale per salvaguardare il Pianeta.

Tre i temi principali:
1. Una normativa che includa il non profit 
Ad oggi la normativa in tema di efficientamento energetico e sostenibilità fornisce indicazioni puntuali per i condomini, le PMI e le scuole, ma è deficitaria quanto a norme applicabili agli immobili gestiti dal Terzo Settore in cui si svolgono attività ad alto impatto sociale.
Questo vuoto normativo rende complesso coinvolgere il mondo del non profit in modo che possa fattivamente contribuire alla transizione energetica, ambito per cui ha una vocazione naturale essendo l’attenzione all’ambiente una tematica ad impatto sociale

2. Modelli finanziari capaci di adattarsi al Terzo Settore
La transizione energetica è un motore economico potente capace di mettere in moto movimenti di capitali rilevanti ma perché il Terzo Settore possa contribuire serve un approccio finanziario etico e ‘paziente’ nonché strategico capace di tenere conto delle peculiarità del non profit.
Per efficientare un immobile e farlo bene, con interventi strutturali e ad alto investimento – quali ad esempio il cappotto termico – occorrono risorse rilevanti di cui il Terzo Settore, non dispone. Un sistema finanziario basato esclusivamente sulla richiesta di solidità finanziaria non riesce a supportare questo tipo di interventi, che pure potrebbero produrre sviluppo e effetti sociali e ambientali importanti.

3. Competenze tecniche da sviluppare
Per produrre efficientamento energetico servono anche competenze tecniche che esulano dalla storia del Terzo Settore.
La loro assenza genera errori e investimenti inefficaci che scoraggiano l’impegno per la transizione energetica.
Le organizzazioni non profit devono imparare a fare sistema, a rivolgersi a chi è esperto e a far crescere competenze interne capaci di unire obiettivi sociali e ambientali.
In Italia esistono attualmente gruppi di acquisto di energia molto estesi e una E.S.Co. dedicata – Fratello Sole Energie Solidali – nata dal partenariato tra Fratello Sole e Iren Energia, un vero e proprio esperimento sociale riuscito all’interno della riforma del Terzo Settore.

Secondo le stime di Fratello Sole, che sta effettuando i suoi primi interventi su immobili gestiti dal nonprofit, il risparmio medio post intervento di riqualificazione energetica si attesta sul 40%.

Ciò, nel tempo, permette di recuperare risorse che possono essere reinvestite nelle attività sociali caratteristiche di queste organizzazioni, generando al contempo significativi effetti ambientali e sociali e mettendo in modo investimenti e meccanismi virtuosi di sostenibilità nelle comunità in cui queste organizzazione operano.

Valutazione di impatto nel Terzo Settore: pubblicate le Linee guida

Sono state pubblicate il 12 settembre scorso in Gazzetta Ufficiale le “Linee guida per la realizzazione di sistemi di valutazione dell’impatto sociale delle attività svolte dagli enti del Terzo settore”. Un documento a lungo atteso e collegato alla riforma del Terzo settore.

La finalità del documento è quella di “definire criteri e metodologie condivisi secondo i quali gli enti di Terzo settore possono condurre valutazioni di impatto sociale, che consentano di valutare, sulla base di dati oggettivi e verificabili, i risultati raggiunti rispetto agli obiettivi programmati e rendere disponibili agli stakeholders informazioni sistematiche sugli effetti delle attività realizzate. Le valutazioni saranno realizzate con metodi qualitativi e quantitativi e potranno prevedere un sistema di indici e indicatori di impatto, da mettere in relazione con quanto eventualmente rendicontato nel bilancio sociale. Pertanto, le presenti linee guida sull’impatto sociale sono da intendersi come uno strumento sperimentale di valutazione finalizzato a generare un processo concettuale e al contempo misurabile nel medio e lungo termine”.

Secondo Claudia Fiaschi, portavoce del Forum del Terzo Settore, il documento recepisce le indicazione di Forum “Abbiamo dato un importante contributo portando proposte concrete, utili a qualificare le attività delle organizzazioni di Terzo settore, non solo in termini di trasparenza, ma anche di crescita di consapevolezza del proprio ruolo. La valutazione di impatto si affianca ai bilanci sociali e agli altri strumenti di rendicontazione volti a rendere sempre più nitido l’operato degli Ets nei confronti di cittadini e stakeholders”.

Leggi le Linee Guida

Assegnato l’Alfiere della Repubblica

Lunedì 12 marzo il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha assegnato l’onorificenza di “Alfiere della Repubblica” a Jhon Luke Paradero, giovane volontario di Portofranco, associazione non profit nata nel novembre 2000 a Milano e impegnata nell’aiuto gratuito allo studio per gli studenti delle scuole superiori con difficoltà e debiti scolastici.

La storia di Jhon Luke è emblematica del metodo che Portofranco propone ai ragazzi: di origine filippina, inizia a frequentare Portofranco in prima superiore, seguendo l’esempio dei suoi cugini. Contento dell’aiuto ricevuto e dei frutti che ne ha ottenuto, Jhon Luke, che ora frequenta la quarta all’Istituto tecnico economico Moreschi di Milano, decide di diventare volontario a Portofranco. Come si legge nel messaggio Ufficiale del Quirinale: “dopo aver ricevuto solidarietà, ora la ricambia, sostenendo ragazzi che hanno problemi in matematica, materia nella quale egli, invece, è particolarmente dotato. Con il suo entusiasmo ha coinvolto anche compagni di classe, che ormai frequentano abitualmente Portofranco e aiutano chi si trova in difficoltà“.

L’associazione punta moltissimo sulla responsabilità dei ragazzi: sono loro, e non i genitori, a prenotare di volta in volta le lezioni e a prendere in mano il proprio percorso. E sono spesso dei coetanei o dei giovani che hanno iniziato l’università, i “maestri” che si trovano davanti e che sono capaci di farli riappassionare alla scuola e recuperare lacune e difficoltà.

Altre volte ad aiutarli sono invece adulti- insegnanti, professionisti, pensionati… , ma il metodo non cambia: un metodo “uno a uno”, che permette un aiuto efficace e un coinvolgimento personale, e che sfocia spesso nella scelta di fermarsi a studiare nella sala studio o partecipare alle altre iniziative che vengono proposte.

Ogni pomeriggio Portofranco è un vero porto di mare, allegro e multietnico. L’esperienza di questo luogo che accoglie prende in carico i giovani è infatti naturalmente inclusiva e senza barriere: fra gli studenti iscritti, provenienti da 130 scuole superiori di Milano, il 30% è straniero e si contano almeno 10 diverse nazionalità. Si tratta per lo più di immigrati di prima o seconda generazione, come Jhon Luke, che trovano qui l’aiuto di cui necessitano per recuperare lacune linguistiche e scolastiche.

Oggi Portofranco, con i suoi 1.500 studenti e 18 mila ore di aiuto allo studio l’anno, rappresenta un presidio concreto alla dispersione scolastica, i cui numeri – 13,8% dei ragazzi in età scolare nel 2016 –  continuano ad essere preoccupanti per il nostro Paese. A rendere possibile questa positiva esperienza di recupero scolastico e promozione educativa sono circa 400 volontari (100 adulti e 300 universitarie studenti di scuola superiore), che animano il lungo anno scolastico dell’associazione (settembre-luglio). A sostenerne i costi di struttura, singoli, imprese, associazioni, come la Fondazione Deutsche Bank Italia con il progetto triennale lanciato nel 2017 “Giovani a scuola dai Giovani”.

Incroci di cultura e riforma. Idee, princìpi e valori per orientarsi nella nuova legge del Terzo settore

Pubblicato l’ultimo numero di Vdossier dal titolo “Incroci di cultura e riforma. Idee, princìpi e valori per orientarsi nella nuova legge del Terzo settore” che, per cercare di capire meglio il senso della riforma al di là dei suoi aspetti tecnici, ha individuato alcune parole chiave per aiutare ad entrare nello scenario su cui si muovono volontariato e non profit.

La prima parola nell’ordine è “partecipazione”, che, secondo Luigi Bobba «è quel dovere inderogabile di solidarietà cui è tenuto un cittadino come soggetto attivo, partecipe di una comunità». Proprio perché la partecipazione è dovere del cittadino, la Riforma valorizza il volontariato in tutte le forme che può assumere nei diversi enti del Terzo settore: le persone, prima ancora che le organizzazioni. Ferma restando la necessità di investire sulle reti associative che promuovono un impegno civico e volontario, l’impegno a far diventare continuativo l’impegno occasionale e la necessità di investire sulla formazione e la qualificazione dell’azione volontaria è oggi più che mai necessario.

Un’altra voce importante è “welfare”. Il cambiamento in questo caso si declina come passaggio dal welfare state al welfare civile, nel quale, spiega Stefano Zamagni, è «l’intera società, e non solo lo Stato, che deve farsi carico del benessere di coloro che in essa vivono». All’interno di una logica di sussidiarietà, enti pubblici (Stato, Regioni, Comuni, enti parastatali), imprese e società civile organizzata (associazionismo di vario genere, cooperative sociali, organizzazioni non governative, fondazioni) devono fare la propria parte per un welfare fondato sull’universalismo delle prestazioni, sulla centralità della persona e sulla difesa del bene comune. In fondo, è una grande opera di co-produzione, che può portare risultati visibili e non solo nell’ambito del welfare in senso stretto. Lo dimostra l’esperienza di rigenerazione urbana nel quartiere Mirafiori a Torino, che abbiamo collocato alla voce “territorio”, dove la locale Fondazione di Comunità ha coinvolto istituzioni pubbliche, non profit, cittadini diventando il fulcro attivatore di risorse ed energie per uno sviluppo locale che supera gli stereotipi e soprattutto la logica dell’emergenza.

Un’altra chiave di lettura è “alleanze”: quelle che potrebbero aiutare a superare la frammentazione e la concorrenza, a volte anche sleale, la fragilità di soggetti che spesso condividono obiettivi, ambiti di intervento, priorità. Si possono fare alleanze strategiche, per ottimizzare costi e risorse, oppure su singoli progetti, per ottenere risposte più efficaci ai bisogni. Esistono esperienze con cui confrontarsi, che però esigono un punto di partenza imprescindibile: uscire dal particolarismo delle organizzazioni. Cosa, questa, che aiuterebbe ad affrontare anche il tema della “rappresentanza”, altra parola particolarmente delicata per un settore che non è mai riuscito a darsene una riconosciuta e condivisa. Il problema è che, in un’epoca di disintermediazione, liquidità delle forme organizzative, sfiducia nei sistemi tradizionali di rappresentanza (non solo nel profit), la Riforma, secondo Giovanni Moro, ripropone modelli di rappresentanza di tipo corporativo, che potevano funzionare per le forme associative tradizionali, ma oramai superati.

Un altro princìpio che non poteva mancare è “sussidiarietà”, che Zamagni ripropone nell’accezione di “sussidiarietà circolare”, peraltro molto vicina all’idea di “amministrazione condivisa” portata avanti da Gregorio Arena, secondo il quale «l’essenza della sussidiarietà, ciò che rende unico questo concetto, è la creazione di una relazione di condivisione per raggiungere un obiettivo comune». Se è vero che il valore del volontariato è sempre stato, al di là degli specifici servizi e progetti, quello di costruire relazioni, è vero anche oggi ci si aspetta qualche cosa di più, che è la creazione di fiducia, all’interno della quale si collocano relazioni positive tra le persone, i gruppi e anche tra cittadini e istituzioni. Se la perdita fiducia è uno dei problemi principali della nostra società, il non profit – che ancora ne gode, o almeno ne gode più della maggior parte delle istituzioni e di tutto ciò che ha a che fare con la parola “politica” – deve meritarsela e riconquistarla ogni giorno. Ecco quindi che la parola “trasparenza”deve accompagnare ogni azione e ogni parola. E la trasparenza si fa rispettando alcune regole imprescindibili, necessarie ma non sufficienti. È la salute morale delle organizzazioni, che conta. In fondo, in questa prospettiva si colloca anche la “valutazione dell’impatto”: impegno che la Riforma impone a tutti e che tanto spaventa le associazioni, soprattutto quelle più piccole. Come vada fatta è un tema che merita ulteriore approfondimento, ma serve un passaggio culturale: quello che permette di riconoscere che valutare l’impatto dei propri progetti aiuta a crescere, a migliorare. Per questo, spiega Paolo Venturi di Aiccon «occorre costruire una logica intenzionale, più che imporre una logica normativa», incoraggiando le associazioni a cogliere l’opportunità, anche costruendo competenze.

Ma quali sono i valori che stanno a fondamento del volontariato? E come rileggerli alla luce della Riforma? Con l’articolo “Dono e donazione, dalla gratuità alla filantropia”vogliamo offrire al lettore una sorta di glossario ragionato sulla cultura della solidarietà. Una bussola per orientarsi fra gli articoli della nuova legge. Tutti questi argomenti sono a corollario alla voce “Comunità” quella che, secondo noi, è la vera architrave della Riforma: la risposta che, il Terzo settore è in grado di mettere in campo contro il dis-interesse generale. Cioè quando il “vero” non profit risponde ai bisogni dal basso.

Infine, nella voce “controcorrente” abbiamo raccolto alcune voci critiche. Marco Grumo, economista all’Università Cattolica di Milano, per esempio punta il dito su come sono declinati gli aspetti organizzativi: «Nel Codice ho contato ben 67 vincoli alla gestione dell’organizzazione». Il timore è che solo le organizzazioni grandi riescano a venirne a capo e che quelle piccole invece possano esserne soffocate. E questo vale anche per il fund raising e soprattutto per le norme sulla trasparenza, che impongono una serie di obblighi che probabilmente si tradurranno in costi. Da parte sua Luca Fazzi, sociologo dell’Università di Trento, teme che la legge intacchi lo spirito del volontariato, che si fonda sulla gratuità e sul “dono” – altra parola chiave del cambiamento – soprattutto in alcune norme dove è prevista una pari quota tra volontari e lavoratori che potrebbe favorire una competizione scorretta fra associazioni di volontariato “spurie” e altre realtà di Terzo settore. Anche secondo Ugo Ascoli, sociologo dell’Università di Ancona, la riforma rischia di snaturare il principio di gratuità, laddove prevede la possibilità di rimborsi spesa sulla base di una semplice autocertificazione. Secondo lo studioso, inoltre, anche i Centri di servizio per il volontariato sono ridimensionati dalla Riforma: meno numerosi e quindi con meno radicamento territoriale, probabilmente con meno risorse e con un bacino di utenza più ampio. Ancor più radicale nella critica è però Giovanni Moro, che nel suo intervento sostiene che la Riforma è illegittima, in quanto «le formazioni sociali non possono essere riformate, né dal Governo, né dal Parlamento. Esse sono infatti l’espressione dell’autonomia della società e lo Stato deve limitarsi a riconoscerle, garantendone le possibilità di sviluppo».

Fonte: CiesseviMilano

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Gli sbarchi nel mediterraneo nel 2017

Il 2017 si è chiuso registrando il numero più basso di migranti giunti via mare sulle coste dei Paesi del Mediterraneo da quando ha avuto inizio nel 2014 il massiccio flusso di ingressi verso l’Europa.

Sono stati complessivamente poco più di 171mila, meno della metà di quanti sbarcarono nel 2016, e ben lontani dall’oltre un milione di migranti giunti in Europa via mare nel 2015. L’Italia nel 2017 è tornata ad essere il principale paese di approdo nel Mediterraneo: i quasi 120mila migranti sbarcati hanno costituito il 70% di tutti gli arrivi via mare in Europa.

Il 2015 fu l’anno della Grecia, che raccolse l’84% degli arrivi (857mila, siriani, afghani e iracheni principalmente), mentre nel 2016 dopo l’accordo con la Turchia gli sbarchi sulle isole greche subirono un significativo ridimensionamento: Italia e Grecia accolsero rispettivamente 181mila (50%) e 174mila (48%) migranti.

Nel 2017 il paese del Mediterraneo che ha visto aumentare in modo rilevante gli arrivi è stato la Spagna: nel 2016 rappresentò il 2,3% per numero di arrivi mentre nell’anno appena concluso ha visto approdare sulle proprie coste più di 21mila migranti, con un aumento del 160% rispetto al 2016. Gli incrementi sono iniziati soprattutto nei mesi estivi, quando al contrario si è registrato il drastico rallentamento degli arrivi in Italia dovuti in particolare agli accordi con la Libia. Nel nostro paese gli sbarchi sono calati di un terzo rispetto all’anno precedente.

Relativamente alle provenienze dei migranti si rilevano differenze tra i Paesi di approdo: tra le nazionalità dichiarate al momento dello sbarco in Italia nel 2017 hanno prevalso quelle della Nigeria, della Guinea, della Costa d’Avorio e del Bangladesh. In Grecia sono giunti soprattutto siriani, iracheni e afghani. In Spagna, via mare e via terra, sono arrivati migranti dal Marocco, dall’Algeria, dalla Costa d’Avorio e dalla Guinea.

Morti e dispersi nel Mediterraneo. E’ rimasto significativo anche il numero di persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa via mare: nel 2017 si stimano 3.116 i migranti morti o dispersi nelle acque del Mediterraneo, e principalmente nella più pericolosa rotta del Mediterraneo Centrale dal Nord Africa- Libia all’Italia. Nel 2017 infatti ci sono stati 18 morti e dispersi ogni 1000 sbarcati, la proporzione più alta del quadriennio considerato – era 14,2‰ nel 2016, 3,7‰ nel 2015 quando i migranti attraversarono il Mediterraneo nella rotta orientale e sbarcarono soprattutto in Grecia, e 15,2‰ nel 2014.  

Andamento degli sbarchi in Italia dal 2014 al 2017. Osservando i dati mensili del triennio 2014-2016, la situazione italiana evidenzia un andamento piuttosto omogeneo con sbarchi più numerosi nei mesi estivi – con qualche eccezione come il mese di ottobre del 2016 che in assoluto ha registrato il più alto numero di migranti sbarcati (oltre 27mila) e a settembre 2014 con 26mila sbarcati – mentre nel 2017, appena concluso, tale andamento si è interrotto e gli arrivi sono calati anche fino all’80%. La riduzione degli arrivi ha riguardato anche la componente dei minori non accompagnati, che sono stati 15.731 nell’anno 2017 (-39% rispetto all’anno precedente). Tale componente risulta tuttavia ancora molto significativa in termini relativi: ha rappresentato infatti il 13% degli arrivi via mare dell’anno.

Richieste d’asilo: nel 2017 sono state 130mila. Anche sul fronte delle richieste di asilo l’andamento nel corso dell’anno appena concluso evidenzia un calo nel numero delle domande presentate a partire da luglio-agosto, parallelamente a quanto è avvenuto per gli sbarchi – sebbene come è noto le richieste di asilo riguardino anche migranti giunti via terra e via aerea. Complessivamente nel 2017 sono state 130mila le richieste di asilo, con un lieve aumento rispetto all’anno precedente (+5,4%), e presentate soprattutto da nigeriani, bangladesi, pakistani, gambiani e ivoriani.

Nel 2017 sono state esaminate oltre 80mila domande, 10mila meno rispetto al 2016. Si conferma molto significativo il numero di migranti a cui non è stata riconosciuta alcuna forma di protezione: il 60% del totale, cioè 47.839 casi (i dinieghi comprendono anche gli irreperibili).

E’ cresciuto il numero di coloro che hanno ottenuto lo status di rifugiato, status che nel 2017 ha costituito l’8,5% degli esiti – era il 5,5% l’anno precedente – mentre si è fortemente ridimensionata la protezione sussidiaria che nel 2016 era stata concessa a oltre 11mila migranti e nel 2017 a 5.800.  Una domanda su quattro ha avuto come esito la protezione umanitaria.

Relocation: il 43% dei richiedenti protezione internazionale è stato trasferito in Germania. Infine, uno sguardo ai dati relativi al programma di “relocation” avviato a settembre 2015 dalla Commissione Europea a beneficio dell’Italia e della Grecia, i Paesi europei maggiormente soggetti alla pressione del fenomeno migratorio.

Al 31 dicembre 2017 sono stati trasferiti dall’Italia in un altro Stato Membro 11.464 richiedenti protezione internazionale. Si tratta quasi esclusivamente di cittadini eritrei (95% dei casi) e solo di 521 siriani e 98 di altre provenienze che possono beneficiare del programma. Tra i trasferiti anche minori accompagnati (1.083) e minori soli (99).

I richiedenti protezione internazionale sono stati accolti soprattutto dalla Germania, dove è stato ricollocato il 43% dei migranti. Seguono Svezia (10,6%) e Svizzera (7,8%); quest’ultima pur non facendo parte dell’Unione Europea grazie ad accordi bilaterali con l’Italia ha reso disponibili posti per il ricollocamento.

Fonte: Ismu

Fondazione ISMU – Iniziative e Studi sulla Multietnicità è un ente di ricerca scientifica indipendente. Dal 1993 ISMU è impegnato nello studio e nella diffusione di una corretta conoscenza dei fenomeni migratori, anche per la realizzazione di interventi per l’integrazione degli stranieri.

ISMU collabora con istituzioni di governo a livello nazionale ed europeo, amministrazioni locali e periferiche, agenzie socio-sanitarie, istituti scolastici di ogni ordine e grado, università, centri di ricerca scientifica italiani e stranieri, fondazioni nazionali e internazionali, biblioteche e centri di documentazione, agenzie internazionali e rappresentanze diplomatiche, associazioni del terzo settore, aziende e associazioni di categoria.

Terzo settore in costruzione: al via il percorso di Ciessevi che spiega la Riforma

Ciessevi Milano e i Forum del Terzo settore Città di Milano e Martesana hanno lanciato, durante il Convegno “Facciamo la Riforma insieme” alla Camera del Lavoro di Milano, il percorso “Terzo settore in costruzione”: un ciclo di incontri, sul territorio della Città Metropolitana di Milano, per spiegare la Riforma del Terzo settore.

Infatti, nei prossimi due anni – 2018-2019 – si apre per le organizzazioni senza scopo di lucro una stagione di cambiamento. Ogni ente dovrà ripensare la propria collocazione all’interno del Registro unico nazionale del Terzo settore. Sarà soprattutto un periodo in cui ri-costruire l’approccio culturale, sociale e partecipativo sia nelle pratiche associative sia nei sistemi organizzativi, dalla governace fino agli adempimenti amministrativi e fiscali. Una trasformazione che toccherà scopi statutari, modalità organizzative e un nuovo modo di operare e fare non profit.

Scarica la timeline della Riforma
Scarica la scheda sulle principali novità per gli enti di Terzo settore
Scarica le slides “Una rete progettuale di supporto agli enti di Terzo settore” presentate dal direttore di Ciessevi, Marco Pietripaoli.

 

Gli incontri territoriali
Il percorso “Terzo settore in costruzione” prevede un ciclo di tre incontri così suddivisi:

  • Primo incontro: Il nuovo sistema per il Terzo settore: cosa cambia e quali sono i principi generali
    La Riforma del Terzo settore interessa tutti gli enti non profit. Capiamo insieme quali sono le novità e come queste possono influire sulle nostre organizzazioni.
  • Secondo incontro: Il nuovo contesto giuridico normativo degli enti di Terzo Settore.
    Chi sono gli ETS, la nuova centralità delle attività d’interesse generale, limiti ed opportunità
  • Terzo incontro: La nuova fiscalità e le nuove agevolazioni per gli Enti di Terzo Settore.
    Un impianto logico ridefinito in relazione alla fiscalità e alle agevolazioni previste dal Codice. Le attività istituzionali in forma non commerciale e/o commerciale.

 

CALENDARIO

MILANO

  • Milano – sede Acli Lombardia in via Bernardino Luini 5:
    23 e 30 gennaio; 6 febbraio 2018, orario 17.30-20.00
    Iscriviti al percorso>>

 

AREA SUD EST
In collaborazione con il Coordinamento del volontariato locale di San Donato:

  • San Donato – Spazio della Comunità in via Unica Bolgiano 2:
    24 e 31 gennaio; 7 febbraio 2018, orario 20.30-23.00
    Iscriviti al percorso>>

 

NORD MILANO
In collaborazione con Fondazione Nord Milano:

  • Sesto San Giovanni – Auditorium Bcc, viale Gramsci 194 (in attesa di conferma):
    25 gennaio; 1 e 8 febbraio 2018, ore 20.30-23.00
    Iscriviti al percorso>>

 

ADDA MARTESANA
In collaborazione con Forum Terzo Settore Martesana:

  • Gorgonzola – Centro Intergenerazionale in via Oberdan, angolo via Italia:
    12, 19 e 26 febbraio 2018, orario 20.30-23.00
    Iscriviti al percorso>>

 

ALTO MILANESE
In collaborazione con Fondazione Ticino Olona:

  • San Vittore Olona – Poli Hotel in via Sempione 241:
    14, 21 e 28 febbraio 2018, orario 20.30-23.00
    Iscriviti al percorso>>

 

AREA SUD OVEST
In collaborazione con il Coordinamento delle associazioni di volontariato di Rozzano:

  • Rozzano – Sala Conferenze Cascina Grande in via Togliatti 111:
    6, 13 e 20 marzo 2018, orario 20.30-23.00
    Iscriviti al percorso>>

 

NORD OVEST
In collaborazione con Fondazione Nord Milano:

  • Bollate – Sala Conferenze Biblioteca Comunale, piazza Dalla Chiesa 30:
    7, 14 e 21 marzo 2018, orario 20.30-23.00
    Iscriviti al percorso>>

 

MAGENTINO ABBIATENSE
In collaborazione con Fondazione Ticino Olona:

 

Scarica il volantino con il calendario degli incontri.

 

Il percorso è realizzato con molti partner. Ad oggi hanno aderito: Città Metropolitana di Milano, Fondazione Nord Milano, Fondazione Ticino Olona, Assifero, Consiglio Notarile di Milano, corso di laurea in Servizi sociali dell’Università Bicocca, Centro di Ricerche sulla cooperazione e sul non profit dell’Università Cattolica, Politecnico di Milano, Fondazione Politecnico, Cavarretta Assicurazioni e con i media Buone Notizie del Corriere della Sera e Milano Allnews. Il percorso è aperto ad accogliere altre partecipazioni.

Facciamo la Riforma insieme, il nuovo progetto di Ciessevi e Forum

Primo passo per illustrare le opportunità e le sfide poste dalla riforma del Terzo Settore in compagnia di oltre 1.500 realtà che quotidianamente operano sul territorio della città metropolitana di Milano. Il ricco cartellone di eventi continuerà poi fino ad agosto 2019 con seminari, pubblicazioni dedicate, nuovi servizi e “how to” digitali. I promotori: “La riforma porta a un cambiamento culturale epocale. Con questo percorso puntiamo sì all’informare, ma anche al fornire osservazioni condivise, costruite dal basso, utili al legislatore e ai soggetti attuatori”.

Tavole rotonde e nuovi servizi di accompagnamento, seminari, istant book, workshop, inediti strumenti di supporto/how to digitali, varo di percorsi formativi dedicati, promozione del “modello Milano” sul tavolo del Legislatore e su quello dei futuri Soggetti attuatori dei Decreti. Questi sono solo alcuni dei capitoli di “Terzo Settore in costruzione”, ricco cartellone di appuntamenti ideato da Ciessevi Centro Servizi per il Volontariato Città Metropolitana di Milano e da Forum del Terzo Settore Città di Milano e Martesana e che avrà il suo varo “operativo” lunedì 4 dicembre, ore 14.30, presso Camera del Lavoro di Milano in corso di Porta Vittoria 43.

Un percorso che coprirà un arco temporale di due anni e che chiama in causa direttamente non solo le oltre 15.000 non profit del territorio metropolitano, gli oltre 240.000 loro volontari, ma anche tutte le realtà pubbliche, private e anche profit che questa attesa Riforma vuole da subito co-protagonisti: “La norma tocca tutti gli enti non profit, e non solo – dichiarano gli organizzatori – ogni ente dovrà procedere ad avviare un ripensamento e una ri-collocazione della propria organizzazione in cui lo spartiacque sarà rappresentato dall’essere dentro o fuori dal Registro nazionale del Terzo Settore, ma anche dalla sezione specifica dello stesso nella quale andrà a collocarsi. Un ripensamento – concludono – che andrà a incidere fortemente sugli scopi di ogni singolo soggetto e in modo sostanziale sulla quotidianità organizzativa e nel modo di intendere e fare non profit. Lo stravolgimento sarà anche e soprattutto culturale, sociale, partecipativo e democratico, nelle pratiche associative e organizzative, nella governance sino a nuove applicazioni amministrative e fiscali”.

L’evento di lunedì 4 dicembre avrà inizio con una tavola rotonda dedicata proprio ad introdurre questi cambiamenti epocali grazie all’intervento di Paolo Petracca, portavoce Forum Terzo Settore Città di Milano, Ivan Nissoli, presidente Ciessevi, Luigi Bobba, sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Valerio Pedroni, portavoce Forum Terzo Settore Martesana, Luca Degani, avvocato.
Conduce Elisabetta Soglio, giornalista Corriere Della Sera – Buone Notizie, media partner dell’evento. Al termine di questo primo panel, Marco Pietripaoli, direttore Ciessevi, declinerà la riflessione presentando le prossime opportunità dal e per il territorio della Città Metropolitana con l’approfondimento “Una rete progettuale di supporto agli Enti di Terzo Settore”.

L’incontro si concluderà poi con tavoli tematici dove le non profit (ma non solo) potranno riflettere su temi specifici della Riforma accompagnati dalla lettura politica di rappresentanti del mondo non profit e dalla guida tecnica di esperti, professionisti e studiosi. Barbara Meggetto, presidente Legambiente Lombardia e volontariato: i nuovi confini” sarà curata da Silvia De Aloe, Forum Terzo Settore martesana e Raffaele Mozzanica, avvocato esperto in diritto degli enti non profit.

I lavori sul macrotema “Profit e non profit: strumenti pratici per una relazione proficua con le proprie comunità” sarà introdotto da Umberto Zandrini, presidente Federsolidarietà di Confcooperative Milano e Carlo Mazzini, consulente di organizzazioni non profit sulla fiscalità e sulla legislazione del Terzo Settore. Il tavolo “La filantropia: tra obiettivi specifici e bisogni vecchi e nuovi delle comunità” sarà coordinato da Paola Pessina, presidente Fondazione Comunitaria Nord Milano e Monica De Paoli, notaia esperta giuridica in materia di enti non profit. L’ultimo tavolo d’approfondimento “L’imprenditoria sociale: una sfida per tutto il Terzo settore” sarà curato invece da Felice Romeo, coordinatore Dipartimento Welfare Legacoop Lombardia e Pietro Moro, avvocato Ufficio legale Confcooperative Milano, Lodi, Monza e Brianza.

Scopri il programma

È richiesta la registrazione all’evento e ai tavoli tematici compilando il form online. Per ulteriori informazioni farenonprofit@ciessevi.org – 02. 45475857 – www.ciessevi.org

I CSV “servono” 2 organizzazioni di volontariato su 3

I CSV forniscono almeno un servizio all’anno al 65% delle organizzazioni di volontariato italiane (odv, iscritte e non iscritte nei Registri regionali) presenti sul territorio di competenza: 31.827 sulle 49.122 risultanti dalle banche dati aggiornate tenute dagli stessi CSV.

In pratica 2 associazioni su 3 hanno usufruito di attività, risorse o spazi dei Centri di servizio, riconosciuti sempre più come l’unico punto di riferimento per migliaia di organizzazioni, soprattutto quelle meno strutturate.

Questo dato, definito come “indice di penetrazione dei CSV nel volontariato”, è uno fra i principali tra quelli contenuti nell’ultima edizione del Report sulle attività dei CSV realizzato da CSVnet. E farà da sfondo ai lavori della Conferenza annuale 2017 che – con oltre 300 delegati presenti – l’associazione nazionale dei Centri ha organizzato a Roma dal 29 settembre all’1 ottobre prossimi e intitolata “Al Centro per tutti – Il volontariato che accoglie il cambiamento”.

L’indagine, riferita al 2015 (ma i dati in elaborazione del 2016 non si discostano sensibilmente), conferma i CSV italiani anche come luoghi di partecipazione del volontariato: la platea delle associazioni che li gestiscono è salita a 9.621 soci, per l’87% organizzazioni di volontariato, a cui si aggiunge una quota del 12,5% relativa ad altre realtà del terzo settore. Interessante è anche il numero dei volontari presenti nei Centri: si tratta di 2.407 persone impegnate a titolo gratuito negli organi collegiali e come supporto agli staff.

Come detto, l’ultimo Report registra una mole impressionante di servizi erogati: con una rete di 377 punti di servizio, fra sedi e sportelli attivi su tutto il territorio nazionale, i CSV hanno fornito oltre 214 mila servizi per lo più gratuiti. Tra questi: 2.149 attività formative con oltre 47mila partecipanti e 27mila ore di docenza; 107.406 consulenze di ogni genere (+ 27% dal 2011 al 2015) erogate per il 92% da risorse interne ai CSV a favore di 21.652 odv – il 44% del bacino d’utenza complessivo; 59mila servizi logistici – tra prestiti di attrezzature e concessione di spazi alle associazioni; 20mila servizi d’informazione e comunicazione; 3.178 incontri per la promozione e lo sviluppo di reti e relazioni fra le odv.

Senza contare le 4.842 iniziative di promozione e le 18mila di orientamento al volontariato, che si aggiungono alle attività nelle scuole, con 1.596 istituti coinvolti, 158mila studenti, 4mila docenti e 3mila odv, in crescita del 12% rispetto al 2014.

Aumentano anche i beneficiari dei servizi: 45.842 sono le associazioni non profit servite, dato che registra un aumento del + 18% rispetto al 2011.  Si tratta in gran parte di organizzazioni di volontariato (69%) anche se la crescita più importante riguarda le associazioni di promozione sociale, cooperative e altre associazioni servite, che hanno un peso del 15% sul totale. Una tendenza, questa, che dimostra come i Centri siano già attenti a rispondere ai dettami del nuovo Codice del Terzo settore, che assegna loro il compito di gestire servizi rivolti ai volontari di tutti gli “Enti di Terzo settore” (aprendo ad essi anche l’ingresso nella governance) e non più alle sole associazioni definite dalla legge 266/91 sul volontariato, presto abrogata in seguito dalla riforma (legge 106/2016).

Triplicate infine le realtà profit ma soprattutto i gruppi informali (2.500 unità) raggiunti, dati che, insieme all’aumento del 170% dei cittadini intercettati (68mila in tutto) spiegano come i CSV riescano ad attrarre anche le forme più spontanee e meno organizzate di impegno sociale.

Riguardo i costi, nel 2015 i CSV hanno speso 47,7 milioni di euro provenienti dai fondi speciali costituiti dalle Fondazioni bancarie, invece dei 50,01 dell’anno precedente (-4,8%): un dato importante alla luce sia della crescita dei servizi, sia della contrazione delle risorse economiche a disposizione. Infatti, tra il 2014 e il 2015 (escludendo la quota di circa 1,5 milioni per il funzionamento dei Comitati di Gestione) i fondi complessivi – compresi i residui degli anni precedenti – sono diminuiti del 3,9% passando dai 77,6 a 74,6 milioni di euro.

“La riforma del Terzo settore ha legittimato e valorizzato la presenza ormai ventennale dei CSV in tutto il territorio nazionale, – dichiara il presidente di CSVnet, Stefano Tabò. – Ed ha aperto una nuova stagione in cui i CSV non saranno solo ‘per’ tutto il volontariato, ma anche ‘di’ tutto il terzo settore, continuando a lavorare per una sempre più efficace promozione del volontariato e per la crescita di tutte le forme di impegno sociale gratuito nel nostro Paese”.

Sul sito di CSVnet sono disponibili il Report “in pillole” e le infografiche.

Fonte: CSVnet

Volontariato e Impresa Sociale: primato lombardo

Il volontariato dei lombardi supera il resto d’Italia.

Un lombardo su sette è impegnato in attività di volontariato e uno su cinque versa finanziamenti ad associazioni che si occupano di sociale.

Il 14% nel 2016 contro l’11% nazionale è impegnato in attività gratuite di volontariato e il 20,1% contro il 14,8% nazionale versa a un’associazione impegnata nel sociale.

Un dato che porta la Lombardia al primo posto in Italia per numero di persone sopra i 14 anni che si occupano, gratuitamente e in diversi modi, degli altri. A dirlo è la Camera di Commercio di Milano, che ha elaborato i dati Istat del 2016 e del 2015.

Crescono, anche, le imprese sociali in Lombardia, +3,2% in un anno. Sono 11.519 le imprese del settore nel 2017, (il 17,6% delle 65 mila attive in Italia, una su sei) e danno lavoro a 181 mila addetti (il 23,4% del totale nazionale di 772 mila, quasi uno su quattro).

Milano è la più attiva con 4.608 imprese (+3,4% in un anno) e 67 mila addetti, seguita da Brescia (1.326 imprese e 22 mila addetti), Varese (1.029 imprese e 13 mila addetti), Bergamo (1.015 imprese e 23 mila addetti) e Monza (924 imprese e 11 mila addetti).

In un anno crescono molto Sondrio (+6%), Como (+5%), Varese (+4,3%), Pavia (+4,1%).

Mentre in Italia prima tra tutte Roma con 5.698 imprese sociali e 80 mila addetti, seguita da Milano (4.608 imprese e 67 mila addetti), Napoli (3.722 imprese e 29 mila addetti), Torino (2.579 imprese), Palermo (1.925), Bari (1.687) e Catania (1.540).

In cima alla lista, le imprese nel settore dell’istruzione, con 4.532 imprese, il più ampio seguito dall’assistenza sanitaria (3.415) e sociale (2.193). E’ quanto emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano sui dati Istat 2016 e 2015 e dati registro delle imprese al primo trimestre 2017 e 2016.

Infine la presenza femminile nel settore risulta forte con 3.462 imprese in Lombardia e 22.370 nel Paese che pesano rispettivamente il 30,1% e il 34,2% del totale.

Tra i territori lombardi è Pavia la più “femminile” con il 40,5% mentre in Italia è Oristano a raggiungere la parità (le donne pesano il 50,8%), seguita da Nuoro, Terni e Massa Carrara.

AID promuove la 2° Edizione della Settimana Nazionale della Dislessia

Dal 2 all’8 di ottobre 2017 si terrà, in tutta Italia, la seconda edizione della Settimana Nazionale della Dislessia, promossa da AID, Associazione Italiana Dislessia – che da 20 anni si impegna ad accrescere la consapevolezza e la sensibilità nei confronti dei DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento).

Obiettivo della Settimana Nazionale della Dislessia 2017 è mettere al centro di tutte le attività gli stessi ragazzi DSA, rendendoli i protagonisti dell’evento, attraverso molteplici iniziative rivolte a loro e alle loro famiglie.

L’iniziativa prevede un articolato programma che include circa 400 iniziative di informazione e sensibilizzazione in 80 province italiane.

300, inoltre, gli enti pubblici e le istituzioni scolastiche coinvolte come partner dell’iniziativa, in tutta la Penisola.

Quest’anno l’evento si propone di mettere in luce le potenzialità dei bambini e dei ragazzi con DSA, piuttosto che le loro difficoltà. Infatti, i ragazzi DSA hanno un diverso modo di apprendere e per loro sono necessarie strategie differenti rispetto a quelle usate canonicamente.

Comprendere le loro difficoltà e il loro modo di pensare, creativo e divergente, permette di trovare nuove risorse e di fare la differenza, nel percorso verso l’inclusione e il successo scolastico e lavorativo. Da qui l’idea di leggere l’acronimo che identifica i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, DSA, da un altro punto di vista: “DSA? Diverse Strategie di Apprendimento” – Conoscerle per fare la differenza.

Anche quest’anno la Settimana Nazionale della Dislessia si terrà in concomitanza con la European Dyslexia Awareness Week, promossa dalla European Dyslexia Association (EDA).

Per maggiori informazioni sugli eventi locali, oltre che approfondire i servizi di sostegno e i progetti promossi dall’Associazione Italiana Dislessia, è possibile collegarsi al sito web http://www.aiditalia.org/ e alla pagina Facebook dell’Associazione (https://www.facebook.com/aiditalia ).

 

AID: Associazione Italiana Dislessia

AID – Associazione Italiana Dislessia – nasce con la volontà di fare crescere la consapevolezza e la sensibilità verso il disturbo della dislessia evolutiva, che in Italia si stima colpisca circa 1.900.000 persone. L’Associazione conta oltre 18.000 soci e 98 sezioni attive distribuite su tutto il territorio nazionale. AID lavora per approfondire la conoscenza dei DSA e promuovere la ricerca, accrescere gli strumenti e migliorare le metodologie nella scuola, affrontare e risolvere le problematiche sociali legate ai DSA. L’Associazione è aperta ai genitori e familiari di bambini dislessici, ai dislessici adulti, agli insegnanti e ai tecnici (logopedisti, psicologi, medici).

“L’importanza di un sorriso”

Dopo una sospensione, grazie al progetto scuola-volontariato, sono approdato all’Associazione Anffas Nord Milano.

 

Mi sono trovato bene, ho percepito fin da subito una semplice felicità nei numerosi ragazzi ospiti dell’associazione che mi ha meravigliato…. Era una felicità che non è comune né in me, né nei ragazzi che frequento abitualmente.

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Volontariato under 18. Perché no?

La scuola, i compiti, lo sport, gli amici e poi anche un po’ di sano divertimento.

Le giornate che si rincorrono l’un l’altra, mentre i dubbi restano fissi nella testa: è possibile fare volontariato a 16 anni? 

Perché dedicare il mio tempo a chi ha bisogno? 

Sarò all’altezza? 

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“Ascoltando gli altri ho imparato ad ascoltare me stessa”

Quando la solidarietà passa attraverso un filo… del telefono.

L’aiuto telefonico è una delle numerose occasioni di solidarietà. Sono molte le situazioni che portano a cercare in una cornetta una voce amica: aids, alcool, violenze domestiche, problematiche del lavoro, tossicodipendenza, depressione, ansia o solitudine…

il catalogo degli ostacoli che si possono incontrare nella vita di tutti i giorni è senza fine.

E ognuno ha il diritto di essere ascoltato.

Proprio per questo l’aiuto, la voce e il tempo, di nuovi volontari è prezioso. Pazienza e ascolto possono confortare, sostenere, motivare, infondere fiducia, speranza e pace a chi è in difficoltà…

Antonella – Volontaria Telefono Amico

Nel nome della bidella

Da anni coltivo il desiderio di diventare una donatrice di sangue. Per pigrizia non mi sono però mai recata a fare l’esame di idoneità. Di punto in bianco ho deciso di tradurre in pratica i miei buoni propositi e mi sono sottoposta a visita e prelievo.

Chiuse le boccette con i campioni per gli esami, mi è stata quindi consegnata la chiave per recuperare alla macchinetta una veloce colazione e rimettermi in sesto dopo la mattinata a digiuno. Lì ho incontrato “Ido”. Poco più di trent’anni, un sacco di spiegazioni rassicuranti per un’aspirante donatrice alle prime armi. E una lezione sul valore della promozione del volontariato.

Sdoganati i quesiti più tecnici, la domanda più semplice, forse la più prevedibile soprattutto per chi, come me, per tanto tempo ha pensato di donare sangue, ma non lo ha mai fatto: “Perché sei diventato donatore?”.

Ed ecco che dal sorriso pronto prende forma il ricordo della bidella delle elementari, festeggiata a scuola con tanto di medaglia per i suoi 50 anni da donatrice Avis: “Mi era sembrata un’impresa immensa. La sua soddisfazione, la grande festa… l’immagine della mia bidella che aveva raggiunto questo traguardo così importante e ammirevole mi ha colpito molto – racconta – . Da quel momento ho iniziato a contare gli anni che mi mancavano per diventare maggiorenne e poter poi presentarmi in Avis. E da allora non ho mai smesso”.

Oggi sono per lo più volenterose maestre e insegnanti a promuovere questi progetti di conoscenza diretta e sperimentazione del valore e del piacere dell’impegno per l’altro nelle scuole primarie e nei nidi. La speranza è che se ne attivino sempre di più. Perché l’educazione a una cittadinanza solidale si può apprendere fin dalla tenera età, anche sui banchi di scuola. Parola di “Ido”.

Donatella, bidella in pensione e donatrice Avis

Erica e CELIM, un’esperienza appagante

Erica, 27 anni, laureata in Lingue e letterature straniere, è approdata a CeLIM – spiega – “dopo alcune esperienze saltuarie e informali di volontariato: per esempio la vendita delle stelle di Natale e delle uova di Pasqua per l’AIL”.

E qui si è impegnata per la prima volta con continuità come volontaria durante tre mesi intensi e costruttivi di collaborazione. Giornate ricche di scoperte e di soddisfazioni, come raccontano le sue righe a seguire.
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Codice del Terzo settore, gli argomenti di CSVnet nelle audizioni parlamentari

Gli interventi alla Camera e al Senato del presidente Tabò e i documenti presentati sul decreto attuativo più corposo della riforma del Terzo settore.

Nell’ambito di una valutazione positiva, rilevate alcune incongruenze e la necessità di cambiamenti nelle disposizioni riguardanti il tema del controllo esercitato dai CSV sugli enti del terzo settore.

Chiesta l’estensione ai CSV dell’incompatibilità prevista per gli amministratori delle reti associative.

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“Ero straniero – L’umanità che fa bene”

Con la campagna “Ero straniero – L’umanità che fa bene” si vuol lanciare un movimento culturale capace di far emergere quel patrimonio di solidarietà che, per quanto a volte sia difficile da vedere, è fortemente diffuso e radicato nei nostri territori. L’alternativa è lasciare campo a paura e insicurezza, che alimentano xenofobia e intolleranza, soprattutto tra quelle fasce segnate da povertà, sofferenza ed esclusione.

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Alternanza scuola-lavoro: la scelta nel volontariato

Nell’anno scolastico 2016-2017 più di 8.200 studenti sono stati coinvolti, insieme a 441 docenti di 237 istituti, in progetti di alternanza scuola-lavoro, realizzati dalla rete dei CSV in collaborazione con 656 associazioni. È quanto emerge da una ricognizione interna svolta da CSVnet nel marzo 2017 e a cui hanno risposto 53 dei 69 CSV soci.

 

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Usa il cervello fallo col cuore: dona!

Usa il cervello, fallo col cuore è la campagna di sensibilizzazione alla donazione di organi, sangue e latte materno, promossa dal CSV Cosenza insieme a 16 associazioni di volontariato. La campagna è stata presentata ieri, a Rende, durante un incontro al quale ha partecipato anche il coordinatore del Centro Trapianti della Calabria, Pellegrino Mancini.

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