Prima migranti, poi studenti Univol

Ibrahim Borete, arrivato anni fa come profugo, e Bledjan Beshiraj, ex minore non accompagnato, entrambi in servizio come operatori alla caserma Montello, da una settimana sono compagni di banco. In classe imparano le tecniche per ospitare al meglio i trecento richiedenti asilo che dormono nella struttura.

«La buona accoglienza non è solo un fatto di empatia e sensibilità, o di sapere le lingue. Ci sono cose da studiare a tavolino e affinare poi sul campo, ad esempio alcune procedure che devono essere coordinate e non si possono improvvisare», spiega Ibra, che ormai parla bene l’italiano. Ad un mese dalla scadenza del bando per la Montello (appalto da oltre tre milioni di euro sul periodo dal primo aprile al 31 dicembre 2017) la onlus Fratelli di San Francesco, attuale gestore, manda tutti i suoi operatori — un centinaio — all’Università del volontariato dove Ciessevi ha fatto partire da poco un corso ad hoc, proprio sui migranti della caserma. Se il bando verrà rinnovato, a «scuola» andranno anche i suoi volontari.

 

Una sorta di sana «concorrenza» che muove il terzo settore: tredici soggetti si sono candidati. Organizzazioni non profit come Progetto Arca e Croce Rossa e cooperative minori, tra cui anche una che ha destato sospetti per presunti legami con l’inchiesta Mafia Capitale. Tutti investono sulla formazione, i Fratelli di San Francesco accelerano. Niente è scontato. Ci sono misure da prendere, scelte delicate cui fare fronte. Qualche tempo fa aveva fatto parlare, ad esempio, la mancata apertura della caserma ad un torneo di calcio con la squadra dei bambini della parrocchia del quartiere che avrebbe sfidato quella dei rifugiati, i Black Panthers, per l’interpretazione in senso restrittivo di alcune regole della sicurezza. Ibra, al corso dell’Università dell’accoglienza, è il primo della classe, dicono i compagni.

 

Sveglio, sempre con il sorriso: preferisce ringraziare, invece che accettare ringraziamenti. Nato in Guinea 36 anni fa, aveva quattro fratelli e un bel lavoro. «Ero autista, guidavo camion di merci macinando ogni giorno chilometri su chilometri, dal mio Paese al Mali, alla Sierra Leone, Costa d’Avorio, in mezzo a paesaggi fantastici», racconta. Nel 2009 la guerra civile lo costringe a scappare in Libia, lo assume un colonnello di Gheddafi. Quando anche lì la situazione si surriscalda scappa anche da Tripoli. Arriva a Lampedusa, sale fino a Milano, approda al dormitorio di via Saponaro e poi alla Fondazione Fratelli di San Francesco dove diventa autista ufficiale dell’Unità mobile.

 

In via Bertoni, alla comunità di don Clemente Moriggi, nel 2000, arriva anche Bledjan, da Tirana. Aveva sedici anni, non era accompagnato. «A casa avevamo una vecchissima tv, vedevamo le immagini di Milano che ci pareva enorme e moderna, questa città era il mio sogno», ricorda. È riuscito a laurearsi in Scienze politiche, ha appena avuto un figlio, fa il mediatore culturale. Ora si è rimesso a studiare, a questa Università dell’accoglienza dove con i docenti del Ciessevi, collaborano anche insegnanti di tutti gli atenei meneghini, con lezioni teoriche e laboratori interattivi. «Alla caserma Montello incontro tanti ragazzi e rivedo me stesso, quando sono arrivato — dice semplicemente —. È lì che trovo la grinta per migliorare ancora. Mi impegno al massimo per loro. E anche per me».

 

Fonte Corriere Milano

 

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