Cos’è che spinge alcune persone a diventare volontari rispetto ad altre?

Quali sono gli aspetti psicologici che spingono le persone a fare volontariato? E come le associazioni possono utilizzare queste conoscenze per reclutare nuovi volontari?

In Gran Bretagna un coordinamento di associazioni, riunite attorno alla sigla Step Up To Serve, ha lanciato la Campagna #iwill per promuovere i benefici dell’azione sociale tra i giovani, soprattutto nella fascia dai 10 ai 20 anni. «Abbiamo l’obiettivo ambizioso – afferma Emily Dyson, responsabile della Campagna – di arrivare alla partecipazione al volontariato di 1,5 milioni di giovani entro il 2020».

 


La Campagna si è basata su una prima indagine “Youth Social Action in the UK” i cui risultati mostrano che il 70% dei 2.021 giovani intervistati è propenso a fare volontariato in futuro, ma il 41% di questi non è ancora sicuro dove farlo.
Gli analisti hanno classificato gli intervistati in tre gruppi: impegnato, potenziale e riluttante. E hanno stilato alcune raccomandazioni base per ciascuno.

Per il gruppo degli “impegnati” il consiglio degli analisti è quello di incoraggiarli a fare di più affidandogli un compito importante, quello di trasmettere la loro passione sociale ai coetanei, diventando dei veri e propri “ambasciatori del volontariato”. Mentre per i “potenziali” il suggerimento è quello di promuovere opportunità di fare volontariato attraverso la leva di genitori e insegnanti. Questa categoria infatti è più propensa a partecipare alle attività con amici, famigliari o vicini di casa. Infine, per la categoria dei “riluttanti” è necessario un maggiore incoraggiamento e un accompagnamento inziale, attraverso attività strutturate, come per esempio quelle realizzate nelle scuole primarie con i bambini più piccoli. L’indagine infatti ha rilevato che molti degli “impegnati” hanno avuto la loro prima esperienza di volontariato sotto gli 11 anni. «Sono necessarie ulteriori ricerche – ammette Dyson -, ma è una teoria interessante che chi inizia a praticare volontariato in giovane età continuerà a farlo per il resto della vita».

 

Parte di una routine di tutti i giorni
L’innovazione è importante nella ricerca di volontari. Justin Davis Smith, senior lecturer alla Cass Business School ed ex amministratore delegato di Volunteering England, sostiene che ci sono esempi di start-up non profit che fanno buon uso della tecnologia per aiutare le persone a praticare volontariato nella loro vita. «Uno dei maggiori ostacoli al volontariato è la mancanza di tempo, o più precisamente una percepita mancanza di tempo. Ma se si coinvolgono le persone prima attraverso piccole opportunità, sicuramente dopo continueranno a fare volontariato in forme più organizzate e per un periodo di tempo più lungo». Davis Smith cita esempi come la Casserole Club che incoraggia le persone a cucinare una porzione extra a cena per distribuirla alle persone sole della loro comunità, e GoodGym , dove i runner, mentre fanno joggin, danno anche una mano ad alcuni progetti. «È attraverso il concetto di coinvolgimento delle persone durante ciò che stanno facendo nel loro tempo libero che si comincia a seminare il germe del volontariato».
Gli enti non profit più grandi hanno già iniziato a pensare fuori dagli schemi. L’anno scorso, Oxfam ha lanciato una campagna in una serie di negozi, in cui ai clienti veniva chiesto “che cosa si può fare in cinque minuti?”. Tra i suggerimenti arrivati c’è stato “quello di bere una tazza di tè con un vicino di casa” o “leggere per qualcuno che è analfabeta”. Ancora più importante, Il concetto di carità sfida quindi l’idea che per fare volontariato ci vuole un sacco di tempo.

 

Renderla significativa, attraente e utile
I principi della scienza del comportamento possono essere utilizzati per superare alcuni degli ostacoli nella pratica del volontariato. L’iniziativa Join In ha identificato sei principi comportamentali per il rapporto tempo-volontariato:

  • la crescita (fornire formazione e opportunità di apprendere nuove competenze)
  • impatto (permettere ai volontari di interagire con i beneficiari per vedere da vicino quanto sono importanti)
  • voce (pensare al modo in cui si chiede alle persone di fare volontariato)
  • esperienza (trovare, iscriversi e partecipare a programmi semplici e flessibili)
  • riconoscimento (dire grazie)
  • fattori sociali (favorire la socializzazione con altri volontari, con il personale e con i beneficiari)

 

In definitiva, «si tratta di costruire davvero un’opportunità significativa per le persone dove possono fare la differenza» conclude Davis Smith. «Non farlo in modo isolato, ma farlo con i volontari. Perché possono aiutare co-produrre e co-costruire l’esperienza, renderla significativa, renderla attraente, renderla utile».

 

 

(Fonte: The Guardian)

 

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